Saldi nei nostri ideali

Fra qualche giorno, quando giungerà il voto del Senato, sarà varata la legge che condanna l’apologia del Fascismo. La partitocrazia si difende come può. 

Per quanto ci riguarda non cambieremo idea e non ci preoccuperemo se riterremo necessario riaffermare i nostri ideali e i nostri sentimenti. Nel ricordo di Coloro che per questi ideali e questi sentimenti hanno dato la vita. 

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Amara meditazione di fine agosto

Non si sbaglia osservando che è sempre più basso, al punto di essere irrilevante, il numero dei cittadini italiani che seguono l’attività parlamentare del proprio paese. Costituiscono eccezioni coloro che, a domanda, saprebbero rispondere sul programma di lavoro dei due rami del parlamento, sui temi e problemi, spesso gravi, dibattuti nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Non si registra alcuna partecipazione, alcun interesse della cosiddetta opinione pubblica per le solitamente vane polemiche giornalistiche e radiotelevisive su questioni concernenti il presente e l’avvenire della penisola. E, inevitabilmente, questa indifferenza verso le istituzioni si traduce spesso in una resa acquiescente della maggioranza e in uno sdegno di coloro che non sopportano di vivere in un paese ormai del tutto privo di ogni istanza etica.

Quando la televisione da modo di assistere ai pochi cittadini non ancora disposti a rinunciare ai loro diritti e doveri previsti dalla Costituzione a quel che avviene nelle due sedi legislative, si deve prendere amaramente atto di essere membri di un popolo non più in grado di esprimere con civica fermezza il proprio rifiuto e la propria condanna verso una partitocrazia che non teme più di nascondere la propria tendenza al dispotismo.

Non si perde occasione per proclamare il carattere democratico della nostra repubblica fondata – come ha dichiarato recentemente un alto rappresentante delle istituzioni – sulla libertà di opinione, di parola e di iniziativa. Ma in realtà questa libertà è soltanto flatus vocis, nel concreto si assiste quotidianamente ad una sempre maggiore marginalizzazione di chi, sentendo vivi in se principi e valori legati alla tradizione vorrebbe partecipare attivamente, senza cadute demagogiche ad un impegnativo lavoro di risanamento morale e civile. Non c’è pubblica cerimonia in cui non si sentano i maggiori rappresentanti dei vertici dello Stato esaltare l’alto livello di libertà raggiunto dall’Italia ma, finora, la libertà si è risolta in una ulteriore concessione di spazio a chi vede e pratica la politica come l’apertura senza ostacoli ad una società immiserita nel più inetto conformismo e più soggetta a manovratori e sobillatori. 

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Ancora una volta per la verità 

Come cattolici romani e fascisti autentici non possiamo non essere contrari all’infame ideologia razzistica in qualunque modo essa sia rappresentata. Non è intellettualmente concepibile, non è moralmente ammissibile per ogni mente attiva, per ogni coscienza viva e vigile motivare e giustificare manifestazioni violente in nome di un “suprematismo” che sul piano etico, culturale e civico non ha alcun sostegno per chi si ispira ai principi e ai valori che nel messaggio di Cristo hanno il primo e insostituibile riferimento.

Ma è con la stessa fermezza che si deve riprovare il comportamento di coloro che si sono opposti – ci si riferisce ovviamente ai recenti episodi verificatisi nell’ateneo californiano – alla scriteriata azione discriminatrice appellandosi ad un antifascismo che oggi più che mai si esprime nella divisione e nell’odio. Richiamarsi alla guerra civile americana tra nordisti e sudisti è una manovra provocatrice tendente ancora una volta a stravolgere la verità e a compiere un torto nei riguardi della storia. 

Pertanto, tentare di spiegare la reazione al razzismo in nome dell’antifascismo conferma la mancanza di una coerente e salda cultura veramente creatrice; attesta l’assenza di una piattaforma ideale su cui operare a tutela dell’ordine civile.

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Sinistra integralista: da Concetto Marchesi a Luciano Canfora

Sono rimasti in pochi, a causa dell’età, i cronisti parlamentari incaricati di seguire gli ormai trascurati dibattiti nelle due ali del Parlamento. E forse non c’è più qualcuno che possa rievocare gli interventi spesso infervorati, nel corso delle assemblee più accese, di Concetto Marchesi.

Marchesi fu, nei primi decenni della repubblica, un intellettuale legato al partito comunista che rappresentò, per anni, come senatore. Era docente e studioso della latinità, conosciuto, citato e stimato in campo internazionale. Anche ai suoi tempi i giovani si ribellavano, ma quando mai e dove i giovani non si sono ribellati? Ovviamente costestavano e facevano giornali anche in un’epoca in cui la massoneria era potente e gli anticlericali erigevano monumenti a tutti gli eversori: tra i preferiti, Giordano Bruno. 

Il nostro amò distinguersi dando al periodico da lui fondato e diretto il nome del più furioso e insidioso trasgressore, “Lucifero”. Per i suoi articoli, violentemente luciferini, finì dinanzi ad un giudice severo che lo condannò, lui sedicenne, a trenta giorni di reclusione evitati per l’età. E fra un saggio su Cicerone e un dibattito su Seneca subì il fascino della scienza giuridica al punto da ritenere opportuna anche una laurea in giurisprudenza che affiancò a quella precedente in lettere antiche. 

Durante il regime fascista non voltò, come volle far credere a regime defunto, le spalle al Fascio Littorio e alle sue organizzazioni. Ma fu abbastanza prudente da allontanarsi nel tragico luglio del ’43 dalle ormai sconfitte camicie nere per avvicinarsi ai suoi colleghi simpatizzanti dell’ideologia marxista-leninista e in collegamento con le cellule clandestine del p.c.i. Quel che avvenne dopo è ben noto. Non gli fu difficile, data la sua fama di docente e di studioso, raggiungere i vertici delle Botteghe Oscure  acquistando e mantenendo una posizione prestigiosa.

Viene in mente, pensando a Marchesi, un altro emerito professore di chiara fama per le sue lezioni e per i suoi perspicaci contributi, tesi ad approfondire le questioni concernenti gli studi classici. Si parla di Luciano Canfora che si è messo in luce negli ultimi tempi non soltanto come uno dei maggiori esponenti nel campo della ricerca e della riflessione sulla storia e la letteratura antiche ma pure in quello del pronunciamento politico. I suoi articoli, le sue interviste e le sue polemiche non sono e non possono essere trascurate. Si ha spesso l’occasione di leggere contemporaneamente sia i risultati delle sue indagini nei vari settori di competenza che i suoi interventi su questioni legate al momento politico: in Italia costantemente agitato e confuso.

E, sia detto con franchezza e con rispetto, quando affronta questioni legate alla polemica del giorno, il lucido docente e l’accorto nonchè instancabile ricercatore, è duramente posto in ombra a vantaggio dell’utopista, del sognatore di una società socialista magari destinata ad essere soggiogata da un nuovo Lenin. Un dato negativo per la cultura.

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Pavel Florenskij a settanta anni dalla morte

Sono trascorsi settanta anni dalla scomparsa di Pavel Florenskij: scrittore, pensatore e scenziato assassinato dalla polizia sovietica che lo accusava di attività sovversiva contro lo Stato. In pochi hanno ricordato padre Pavel, il prete che, fedele alla sua vocazione, tenne all’impegno pastorale più che ai riconoscimenti accademici; alla celebrazione dell’Eucarestia più che all’avanzamento gerarchico.

Purtroppo non ci si è preoccupati di richiamare alla memoria popolare questo tragico evento che veniva a confermare la brutalità di regimi ostili ad ogni espressione del vivere civile, di ogni chiaro e leale confronto politico. In proposito, viene da domandarsi se ci sia ancora qualcuno in grado di ricordare Solgenitzin, il poeta e romanziere che dopo anni di carcere fu costretto a emigrare in America, dove visse da estraneo, incapace di inserirsi in un popolo troppo diverso dal suo.

A padre Florenskij spettò un destino ancora peggiore. Il coraggioso testimone della fede e assertore di un ordine civile negato dal dispotismo marx-leninista apparteneva ad una razza dello spirito oggi estinta, sia nell’ambito del cattolicesimo nella sua centralità romana che in quella confessione ortodossa del cui clero era membro amato e ascoltato. Del resto come e quanto avvertisse il senso e la portata della vocazione appare evidente nelle lettere alla famiglia in cui esortava la moglie e i figli a non cedere ed a seguire convintamente principi e valori custoditi da una tradizione millenaria mai rinnegata fino all’avvento del regime sanguinario di Lenin. Sempre in piena armonia con coloro che hanno cuore e mente liberi da ogni soggezione a ideologie e utopie.

Florenskij di cui oggi si possono leggere le sue migliori opere in italiano con i commenti di autorevoli pensatori e storici della cultura russa, seppe comunicare la sua forza interiore e il suo credo non soltanto a chi gli fu sentimentalmente e intellettualmente vicino, ma anche agli infelici costretti a subire le angherie e le tribolazioni dei campi di concentramento e del carcere dove, quando vi fu rinchiuso, non smise di dedicarsi alla ricerca scientifica, alla meditazione filosofica e alla contemplazione. Senza trascurare il solidale compito di infondere consolazione e incoraggiare i tanti che subivano le sue stesse pene. 

Morì riaffermando fino all’ultimo il credo della sua giovinezza: in spirito di quella assoluta fedeltà che aveva caratterizzato ogni attimo della sua esistenza di vivificatore delle coscienze e di animatore del pensiero.

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Liu Xiaobo nuovo martire della Cina comunista

Non è difficile immaginarlo. Se a entrare in miglior vita fosse stato un campione dello sport o un personaggio dello spettacolo, un beniamino del cinema o della televisione pubblica e privata, si sarebbe svolta una gara tra i giornalisti a chi fosse riuscito più e meglio a commemorare lo scomparso. Invece a morire è stato un patriota cinese, uno di quelli – sono milioni in vari paesi, non soltanto in Cina ma in tutte quelle regioni del mondo ancora soggette al dispotismo comunista – che con diligenza e modestia assolvono ai loro impegni quotidiani salvo a ribellarsi quando non ne possono più, quando si vedono violare nell’intimo la propria vita, quando si sentono pressati da una vigilanza poliziesca che li umilia e togli loro ogni ragion d’essere. 
Liu Xiaobo era uno di questi: un uomo come noi la cui disgrazia è stata quella di nascere in una nazione che, dimentica della propria storia, conduce un’esistenza attanagliata nella efferata rigidezza di una partito comunista retto fino a ieri dal un tiranno sanguinario Mao Tse-tung. 

Colui che era stato chiuso in una cella accusato ingiustamente e vilmente di aver ordito un tentativo di capovolgimento degli organi istituzionali è morto assistito soltanto dalla moglie, anch’essa in carcere per complicità con il consorte nel presunto progetto sovvertitore. In realtà si trattava di una coppia come tante altre dedite al lavoro e giunte ormai a un punto di insofferenza totale verso un regime che rimarrà nella storia come uno dei maggiori sistemi liberticidi.

La peggiore accusa loro rivolta era quella di “spionaggio a servizio delle potenze occidentali”. Come potessero svolgere azione contro gli interessi del proprio paese non è stato mai detto. Ed era impossibile dirlo in quanto si trattava di due persone desiderose soltanto di curare i loro interessi intellettuali: poter leggere liberamente e altrettanto liberamente parlare delle loro letture e delle loro opinioni con quelli che coltivavano i loro stessi interessi culturali. 

Oggi Liu non da più fastidio, come non danno più fastidio coloro che in Cina, come in tante altre regioni del mondo, hanno subito torture e umiliazioni indicibili per il loro desiderio di rimanere se stessi. Liu è morto senza che il suo popolo fosse al corrente della sua vita tribolata, della persecuzione subita e della atroce morte tra i dolori provocati da un cancro incurabile. 

Liu è stato un eroe, un eroe di piazza Tienanmen. Chi si ricorda dell’episodio che ha portato alla strage di tanti cinesi in rivolta contro il canagliesco governo di Pechino. Chi ha ancora in mente la fotografia apparsa su giornali e televisioni dell’Occidente in cui si vedevano giovani che affrontavano i carri armati con la camicia aperta e il petto esposto al fuoco delle mitragliatrici? Ebbene Liu era tra questi indomiti ragazzi: studenti, impiegati e operai che nella loro verde età si sentivano impegnati a difendere l’onore della propria patria e la dignità del proprio popolo. 

Xiaobo con la moglie prima di essere tra le mura di un carcere aveva “visitato” molti campi di rieducazione, ma non è stato possibile rieducarlo perché neanche un momento è stato piegato, non si è reso disponibile a rinunciare a principi e valori che caratterizzavano la sua esistenza. 

Con lui muore uno dei principali animatori della rivolta di Tienanmen. Una vicenda di un passato che non passa fino a quando non si porrà fine a regimi infami come quello che ha torturato e assassinato il patriota Liu.

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Un paese tra amarezze e aspirazioni

Lo storico che si proporrà di rievocare il confronto politico di questi tempi non meno convulsi di quelli che li hanno preceduti con lo sterminio della seconda guerra mondiale e il terrore dei regimi comunisti, camuffati da democrazie popolari, si troverà ad affrontare un compito molto difficile.

In Italia si richiederà un impegno maggiore di quello necessario ad altre nazioni dove più marcato è il senso civico e la fiducia nella centralità del potere. Infatti, con la morte e la sepoltura della prima repubblica – a dire il vero, senza particolare rimpianto se non degli emarginati – si sono frantumati per poi scomparire i due colossi, la democrazia cristiana e il partito comunista, che dominavano il campo politico. La morte violenta dei maggiori protagonisti al vertice dei due partiti egemoni ha segnato simbolicamente il tramonto di un’epoca con il crollo di un sistema non più considerato all’altezza dei tempi. Per la memoria si rievocano le figure di Aldo Moro, assassinato dai terroristi e di Enrico Berlinguer, colpito a morte da un ictus mentre teneva un comizio. 

Naturalmente sarebbe semplicistico non tener conto che l’origine della seconda repubblica fu favorita dalla situazione internazionale. Il momento sembrava offrire al paese prospettive migliori. Affossata la vecchia partitocrazia, non furono in pochi ad esultare con l’illusione che si aprisse in Italia un campo d’azione politica con maggiori occasioni operative. Purtroppo, dopo le meteore di Craxi e Berlusconi, sono trascorsi i giorni, i mesi, gli anni, ma il grigiore che non ha tardato a manifestarsi, non si è diradato. E la storia è buon testimone.

Sono cambiati i nomi dei movimenti, si è giunti a diversi apparentamenti ma non è scomparso il vecchio costume politico dove a prevalere sono i compromessi, gli inganni, i calcoli di fazione e personali: un panorama che non offre un segno tale da lasciar presagire la riconquista della fiducia che apre allo spirito di collaborazione civica.

È ovvio che nulla può giustificare il pessimismo. Il paese ha ancora energie fresche e intelligenze volitive che attendono di essere valorizzate. Ci sono ancora menti e cuori che sperano di essere mobilitati. Nonostante tutto, ci sono tensioni positive, spiriti creativi, istanze che non vanno deluse.

Sarebbe una colpa storica imperdonabile fingere di non accorgersi delle aspirazioni di chi, superate le prove della giovinezza, è pronto a svolgere compiti di responsabilità. C’è un patrimonio che va utilizzato con saggezza e nella consapevolezza di dover rendere conto a chi spetterà l’onere di nascere e vivere in un paese divenuto, purtroppo, da centro di cultura a ritrovo di cittadini con ben poche speranza per il domani.

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