Liu Xiaobo nuovo martire della Cina comunista

Non è difficile immaginarlo. Se a entrare in miglior vita fosse stato un campione dello sport o un personaggio dello spettacolo, un beniamino del cinema o della televisione pubblica e privata, si sarebbe svolta una gara tra i giornalisti a chi fosse riuscito più e meglio a commemorare lo scomparso. Invece a morire è stato un patriota cinese, uno di quelli – sono milioni in vari paesi, non soltanto in Cina ma in tutte quelle regioni del mondo ancora soggette al dispotismo comunista – che con diligenza e modestia assolvono ai loro impegni quotidiani salvo a ribellarsi quando non ne possono più, quando si vedono violare nell’intimo la propria vita, quando si sentono pressati da una vigilanza poliziesca che li umilia e togli loro ogni ragion d’essere. 
Liu Xiaobo era uno di questi: un uomo come noi la cui disgrazia è stata quella di nascere in una nazione che, dimentica della propria storia, conduce un’esistenza attanagliata nella efferata rigidezza di una partito comunista retto fino a ieri dal un tiranno sanguinario Mao Tse-tung. 

Colui che era stato chiuso in una cella accusato ingiustamente e vilmente di aver ordito un tentativo di capovolgimento degli organi istituzionali è morto assistito soltanto dalla moglie, anch’essa in carcere per complicità con il consorte nel presunto progetto sovvertitore. In realtà si trattava di una coppia come tante altre dedite al lavoro e giunte ormai a un punto di insofferenza totale verso un regime che rimarrà nella storia come uno dei maggiori sistemi liberticidi.

La peggiore accusa loro rivolta era quella di “spionaggio a servizio delle potenze occidentali”. Come potessero svolgere azione contro gli interessi del proprio paese non è stato mai detto. Ed era impossibile dirlo in quanto si trattava di due persone desiderose soltanto di curare i loro interessi intellettuali: poter leggere liberamente e altrettanto liberamente parlare delle loro letture e delle loro opinioni con quelli che coltivavano i loro stessi interessi culturali. 

Oggi Liu non da più fastidio, come non danno più fastidio coloro che in Cina, come in tante altre regioni del mondo, hanno subito torture e umiliazioni indicibili per il loro desiderio di rimanere se stessi. Liu è morto senza che il suo popolo fosse al corrente della sua vita tribolata, della persecuzione subita e della atroce morte tra i dolori provocati da un cancro incurabile. 

Liu è stato un eroe, un eroe di piazza Tienanmen. Chi si ricorda dell’episodio che ha portato alla strage di tanti cinesi in rivolta contro il canagliesco governo di Pechino. Chi ha ancora in mente la fotografia apparsa su giornali e televisioni dell’Occidente in cui si vedevano giovani che affrontavano i carri armati con la camicia aperta e il petto esposto al fuoco delle mitragliatrici? Ebbene Liu era tra questi indomiti ragazzi: studenti, impiegati e operai che nella loro verde età si sentivano impegnati a difendere l’onore della propria patria e la dignità del proprio popolo. 

Xiaobo con la moglie prima di essere tra le mura di un carcere aveva “visitato” molti campi di rieducazione, ma non è stato possibile rieducarlo perché neanche un momento è stato piegato, non si è reso disponibile a rinunciare a principi e valori che caratterizzavano la sua esistenza. 

Con lui muore uno dei principali animatori della rivolta di Tienanmen. Una vicenda di un passato che non passa fino a quando non si porrà fine a regimi infami come quello che ha torturato e assassinato il patriota Liu.

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Un paese tra amarezze e aspirazioni

Lo storico che si proporrà di rievocare il confronto politico di questi tempi non meno convulsi di quelli che li hanno preceduti con lo sterminio della seconda guerra mondiale e il terrore dei regimi comunisti, camuffati da democrazie popolari, si troverà ad affrontare un compito molto difficile.

In Italia si richiederà un impegno maggiore di quello necessario ad altre nazioni dove più marcato è il senso civico e la fiducia nella centralità del potere. Infatti, con la morte e la sepoltura della prima repubblica – a dire il vero, senza particolare rimpianto se non degli emarginati – si sono frantumati per poi scomparire i due colossi, la democrazia cristiana e il partito comunista, che dominavano il campo politico. La morte violenta dei maggiori protagonisti al vertice dei due partiti egemoni ha segnato simbolicamente il tramonto di un’epoca con il crollo di un sistema non più considerato all’altezza dei tempi. Per la memoria si rievocano le figure di Aldo Moro, assassinato dai terroristi e di Enrico Berlinguer, colpito a morte da un ictus mentre teneva un comizio. 

Naturalmente sarebbe semplicistico non tener conto che l’origine della seconda repubblica fu favorita dalla situazione internazionale. Il momento sembrava offrire al paese prospettive migliori. Affossata la vecchia partitocrazia, non furono in pochi ad esultare con l’illusione che si aprisse in Italia un campo d’azione politica con maggiori occasioni operative. Purtroppo, dopo le meteore di Craxi e Berlusconi, sono trascorsi i giorni, i mesi, gli anni, ma il grigiore che non ha tardato a manifestarsi, non si è diradato. E la storia è buon testimone.

Sono cambiati i nomi dei movimenti, si è giunti a diversi apparentamenti ma non è scomparso il vecchio costume politico dove a prevalere sono i compromessi, gli inganni, i calcoli di fazione e personali: un panorama che non offre un segno tale da lasciar presagire la riconquista della fiducia che apre allo spirito di collaborazione civica.

È ovvio che nulla può giustificare il pessimismo. Il paese ha ancora energie fresche e intelligenze volitive che attendono di essere valorizzate. Ci sono ancora menti e cuori che sperano di essere mobilitati. Nonostante tutto, ci sono tensioni positive, spiriti creativi, istanze che non vanno deluse.

Sarebbe una colpa storica imperdonabile fingere di non accorgersi delle aspirazioni di chi, superate le prove della giovinezza, è pronto a svolgere compiti di responsabilità. C’è un patrimonio che va utilizzato con saggezza e nella consapevolezza di dover rendere conto a chi spetterà l’onere di nascere e vivere in un paese divenuto, purtroppo, da centro di cultura a ritrovo di cittadini con ben poche speranza per il domani.

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Democrazia e scetticismo

È stato un caso propizio il contemporaneo pronunciamento elettorale in tre dei più importanti paesi europei: Gran Bretagna, Francia e Italia. Mentre in Germania il voto è previsto per il prossimo autunno. Va tuttavia precisato che, diversamente da Parigi e Londra, dove sono stati i parlamentari a dover affrontare il giudizio degli elettori, nel nostro paese si sono recati alle urne oltre nove milioni di cittadini, impegnati a rinnovare gli organi di governo locale.
Ma, ai fini del giudizio degli osservatori, i risultati delle consultazioni popolari non hanno minore o diverso valore per rendersi conto dello stato d’animo, per avere l’esatta nozione del livello di partecipazione dell’opinione pubblica. Pertanto, sono innanzi tutto da registrare sia Oltremanica che al di qua e al di là delle Alpi, lo scetticismo e il conseguente distacco dalle polemiche che si svolgono tra i partiti, in parlamento o attraverso gli organi di informazione su temi e problemi rilevanti.

Nel Regno Unito, dopo una grigia campagna propagandistica chiusasi con una partecipazione al voto che non ha raggiunto il settanta per cento, si è registrato lo sconcerto tra i conservatori, ingannati dalle assicurazioni della inveterata sognatrice Theresa May costretta, per la modestia dei risultati raggiunti, a elemosinare l’appoggio di uno dei due partiti filoirlandesi. Non meglio lo stato d’animo del leader laburista Corbyn, anch’egli rimasto deluso dall’imprevista ed eccessiva sobrietà delle posizioni conquistate.

Niente di diverso in Francia dove è vero che il neopresidente Macron ha fatto man bassa di voti, ma si sarebbe colpevoli di una informazione monca se non si sottolineasse la quasi scomparsa della sinistra e il ripiegamento dei gollisti costretti a leccarsi le non poche e non lievi ferite. Lo scrupolo dell’osservatore vuole che non si ponga in secondo piano la scarsa affluenza alla urne, raramente verificatasi nella misura del cinquanta per cento e indicativa di un accentuato malessere della repubblica. Evidentemente la memoria di De Gaulle non è più di sprone a votare per rinnovare la fiducia a quel raggruppamento che il generale aveva fondato con il fine di garantire un sicuro sostegno alla sua riforma. 

Si apre così l’era di Macron, il nuovo presidente alla testa di un movimento che aspirerebbe ad imporsi sulla vecchia partitocrazia. Dovrà, tuttavia, passare del tempo prima che lo scetticismo lasci il posto ad un orizzonte più sereno. In un’intervista concessa qualche giorno prima della sua entrata all’Eliseo, Macron aveva fatto appello alla speranza. Ma la speranza richiede un impegno forte delle altre due virtù, la fede e la carità. In tempi come questi non è troppo facile reperirle. E non soltanto Oltralpe.

Quanto all’Italia, si hanno ancora sotto gli occhi le statistiche che provocano una nuova delusione per il sempre baldanzoso Renzi ed uno smacco per il movimento grillino. Lieve vantaggio per il centrodestra che, però, manca di una guida salda e rischia di rimanere preda di improvvisati tribuni.

Le crisi si possono superare soltanto quando ci sono uomini capaci di indicare una via percorribile. Ma, al momento, non se ne vedono.

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Terrorismo e libertà 

Non molti anni fa, quando apparve evidente come ormai il terrorismo avesse superato le dimensioni di un fenomeno limitato nello spazio e nel tempo per divenire un problema talmente impellente da investire le responsabilità di ogni governo, ci fu chi sottolineò il rischio di provvedimenti inevitabilmente riduttivi della libertà personale.
L’acceso dibattito sulla delicata e pressante questione durò a lungo coinvolgendo governi e parlamenti, dirigenti di partito e uomini delle istituzioni, intellettuali e sindacalisti. A Roma si ricorda un convegno tenutosi all’Università cui parteciparono studiosi e docenti di indiscusso prestigio che, però, non riuscirono a dar vita ad un vero confronto fra idee e proposte perché impedite dall’intervento di “studenti libertari” i quali, preferendo l’urlo al pensiero, non ebbero modo di rendersi conto che proprio della tutela della libertà si stava parlando, di quella libertà esaltata non soltanto da loro ma da tutti, pur se da pochi considerata e rispettata. 

Un problema ineludibile, dunque, per chi non si chiude in un egocentrismo e in un isolazionismo rinunciatario e arido; per chi sa, per esperienza, che non c’è dignità senza libertà. Infatti, non c’è rispetto per i fondamentali diritti di ognuno se non si riconosce nella libertà, animatrice di ogni coscienza vigile, la condizione senza la quale ogni istanza morale è priva di senso e destinata al fallimento.

Allo stato attuale, però, si deve riconoscere che dinanzi al cupo quadro di un terrorismo diffuso e alle conseguenze che questo provoca, non sono state prese quelle misure severe e a lungo termine che possano costituire un ostacolo efficace alla furia sovvertitrice. Valga il vero: sia in Francia che in Gran Bretagna e Germania, per non uscire dall’Europa, la polizia è stata costretta ad ammettere, pur nell’esercizio del massimo controllo, che ci si trovava dinanzi ad una realtà in cui non mancavano le insidie dovute a elementi isolati, irresponsabili e perciò più pericolosi.

Dai fatti verificatisi a Torino, dove migliaia di persone hanno vissuto momenti tragici, si evidenzia che anche in Italia non potremmo evitare situazioni analoghe, dove il panico ha il sopravvento con inevitabili vittime.

Pertanto, gli avvenimenti succedutisi in quest’ultimo periodo inducono ad una riflessione su un tema essenziale centrato sul rapporto fra terrore e libertà. Contrariamente a quel che possono pensare i nostalgici delle due “grandi” rivoluzioni degli ultimi secoli – quella dei giacobini e l’altra dei sovietici – appare impossibile conciliare terrore e libertà. Il terrore va superato e condannato attraverso la conquista di una libertà che non può rimanere un fatto formale ma deve attrarre la coscienza di ogni uomo che sappia stabilirne il giusto rapporto con la responsabilità: le due forze indispensabili ad una società che offra un senso al futuro.

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Francesco-Trump: incontro storico o di circostanza?

Talvolta viene da invidiare la brillante disinvoltura, non sempre disgiunta da superficialità del cronista “di razza” intento a descrivere momenti e vicende importanti e significative come quella, rivelatasi poi abbastanza deludente, del recente incontro tra il Pontefice e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un avvenimento che l’osservatore è tenuto a considerare nei suoi tre aspetti: religioso, culturale e politico.
Nel primo l’evidenza si impone. Bergoglio, da quando occupa il supremo seggio, ha dato la preferenza nel suo apostolato con ogni parola e gesto alla linea della devozione e della pietà popolare. Diversamente da Benedetto XVI la cui preoccupazione è stata quella di ricondurre la Chiesa ad assolvere il compito di maestra annunciando e testimoniando il Verbo. Non che tra i due vescovi di Roma l’impegno pastorale sia contrastante: per lo meno nelle intenzioni, volendo i due Pastori essere complementari l’uno all’altro e ne è simbolo l’abbraccio che si scambiano ad ogni loro incontro.

Perfettamente visibili la differenza e al tempo stesso la distanza tra Francesco e Donald: il primo, formatosi alla scuola dei confratelli gesuiti dell’America Latina, si è prefisso fin da quando ha seguito la sua vocazione sacerdotale a Buenos Aires, l’ideale di una “Chiesa dei poveri per i poveri”. Non è difficile, dunque, rendersi conto di come e di quanto tale prospettiva lo distanzi da un Trump il cui presbiterianesimo non guarda con occhio malevolo un seguace fortunato e spregiudicato nei campi dell’impresa e degli affari. 

Il divario culturale ha una conseguenza, se non l’unica, per lo meno la più probabile. Francesco, giovane seminarista, legge la “Civiltà Cattolica”, rivista molto diversa da quella che aveva ritrovato con Pio XII la coerenza dottrinale e lo spirito pugnace e controriformista della “Civiltà Cattolica” che negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo Novecento si era battuta opponendosi a positivismo, idealismo, marxismo e ad ogni altra espressione del pensiero progressistico.

Infine, l’aspetto politico emerge in piena luce nei testi e nei discorsi del Papa che per certi critici giustificherebbero le simpatie verso Francesco di quel ceto intellettualsalottiero che ieri osannava Obama non soffermandosi sulla sua demagogia sia in politica interna che estera e che oggi parteggiano per le guardie rosse del despota venezuelano Nicolás Maduro il cui ruolo di successore di Chavez è l’eliminazione dei gruppi politici che si oppongono ai sistemi livellatori del socialismo. 

In conclusione si può tranquillamente fare a meno di un portavoce per conoscere i temi della conversazione fra i due grandi della terra. Sono stati quelli dettati dalla realtà: temi che risentono delle preoccupazioni del pontefice dinanzi ai drammi e alle tragedie di oggi e delle speranze legate ai progetti geopolitici della Casa Bianca. Preoccupazioni che l’austero inquilino del Vaticano ha rivelato con il dono del testo della sua enciclica incardinata sull’appello alla salvezza dell’ambiente e di un medaglione con l’effige di un ramo di ulivo. “Glieli offro in segno di pace” ha detto un Bergoglio meno teso a un Trump sorridente, ma sicuramente non convinto dalle perorazioni del pontefice a favore di una politica utopisticamente distensiva ed ecologica. 

Al di là delle formalità giornalistiche e diplomatiche resta il fatto – riconosciuto dai commentatori più obiettivi – che l’incontro tra il massimo rappresentante del cattolicesimo romano e lo statista più importante del pianeta non ha condotto a risultati apprezzabili. 

Forse l’uomo della strada, che a qualunque costo non vuole rinunciare all’ottimismo, potrà sempre tenere a mente come consolazione la frase conclusiva del presidente americano all’uscita dal Vaticano: “Non dimenticherò le sue parole”.

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Verso il tramonto della partitocrazia

Le elezioni hanno rappresentato a lungo il rito laico degli stati moderni che registrava la partecipazione appassionata dei cittadini e la mobilitazione degli addetti ai lavori, osservatori e cronisti nonché dei candidati dei vari schieramenti. E i risultati, non di rado, provocavano scontri anche sanguinosi quando non addirittura guerre civili.

Oggi si sta assistendo al tramonto di un’era e all’avvento di un’altra che si prospetta con caratteristiche ben diverse da quella precedente. Un mutamento che ha posto in atto un irreversibile appassimento delle ideologie: piattaforme da cui si partiva per avviarsi sulla strada che avrebbe dovuto condurre al potere. Non solo. Ad essere accantonate e a finire nel dimenticatoio sono state anche le organizzazioni cioè, le formazioni partitiche i cui programmi si ispiravano alle ideologie. Sono scomparsi anche i vecchi “manifesti” che già molto prima di quello marxista e ancor prima di quelli della “gloriosa rivoluzione” inglese hanno scatenato lotte rovinose tra fazioni. 

Due esempi recenti aiutano a dissipare eventuali dubbi. Il primo è offerto dalla Spagna il cui attuale immobilismo parlamentare, causato da neutralizzanti risultati elettorali, induce a qualche seria riflessione. Gli spagnoli, infatti, per lo meno quelli che si sono recati alle urne, hanno espresso un voto che costringe, con l’equiparazione delle maggiori forze in campo, ad una stasi legislativa. Più di una volta si è provato con il ritorno alla cabina elettorale a riavvivare lo spirito competitivo, ma dallo spoglio delle schede non sono emersi né vincitori né vinti. È opportuno, però, sottolineare un elemento confortante: il popolo iberico non ha risentito minimamente di questi contrattempi. Ha continuato nelle proprie attività quotidiane e, secondo le statistiche, in modo quanto mai proficuo. Tuttavia, il fatto resta. Nel paese della Sierra non esce dalle urne alcuna indicazione, alcun suggerimento che permetta di dare inizio alla nuova legislatura. 

Ancora più suadente è il caso francese. Come è noto, si sono svolte Oltralpe le votazioni per l’elezione del capo dello Stato. Ebbene, da queste consultazioni sono usciti sbaragliati i vecchi partiti della quinta repubblica, il gollista e il socialista. I loro candidati sono stati trascurati da un popolo che, nella parte recatasi al seggio elettorale, ha scelto persone senza legami partitici. Così all’Eliseo si è insediato un outsider che aveva dietro un movimento da lui creato nell’estate scorsa ed i cui principali militanti sono ex colleghi di università. Dopo la sua elezione, ha creduto di dare una valida garanzia al popolo dichiarando di avere una fitta “agenda progressista” che ha lasciato non poco perplessi coloro che conoscono il suo curriculum e i suoi protettori ed estimatori.

E in Italia? Chissà se anche da noi potrà essere superata quella che l’amaro Oriani definì nella sua Rivolta Ideale “la miserabile attualità dei partiti che si contendono il potere”?

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Considerazioni sulle elezioni francesi

La vita, cioè, la storia offre “segni” che spesso passano inosservati, vengono trascurati mentre meriterebbero attenzione e riflessione. È il caso delle elezioni francesi che hanno registrato l’affermazione di due forze simboleggianti l’eterna lotta dell’uomo per salvare se stesso nonché la civiltà cui ha dato vita e sviluppato opponendosi ai progetti di chi – in nome di ideologie fallimentari, di utopie deleterie e soprattutto di bassi interessi – vorrebbero smorzare ogni anelito spirituale. 

Tra gli undici candidati alla carica di presidente della repubblica le due prime posizioni sono state raggiunte da Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Chi sono costoro? L’uomo è noto, però, non come la battagliera Le Pen. Costei è figlia di Jean-Marie Le Pen, un reduce dalle guerre di Indocina e d’Algeria che, come parlamentare, fu duramente e costantemente polemico nei riguardi di De Gaulle da lui accusato di nascondere le sue tendenze dispotiche dietro la retorica patriottarda. 

Per Emmanuel Macron è sufficiente sottolineare il suo legame (soggezione?) con i grandi potentati economici e finanziari. È stata, infatti, la pressione dei baroni del sistema bancario e degli strateghi dell’economia d’oltralpe a costringerlo ad uscire dal governo e dal partito socialista per dare vita ad un movimento che più e meglio potesse tutelare i progetti e gli interessi dei suoi protettori. Padre putativo di Emmanuel è Jacques Attali, intelligenza poliedrica che spazia dall’economia alla narrativa e alla saggistica: è stato, tra l’altro, consigliere privilegiato di capi dello Stato sia di estrazione socialista che liberaldemocratica. Macron esce dalla Ena, la famosa scuola dove si è formata l’elite della partitocrazia, dell’alta burocrazia e del mondo degli affari. Pertanto, ha messo i suoi requisiti di supertecnico a servizio dei “poteri forti”: gli stessi poteri che lo hanno condotto di successo in successo a conquistare, anche con la sua competenza, posizioni sempre più autorevoli, a svolgere ruoli che spesso costringevano i suoi competitori ad accettare accomodamenti non troppo onorevoli.

C’è da meravigliarsi, dunque, se nella notte fra domenica e lunedì, nelle case parigine più prestigiose e più invidiate da coloro che delle abitazioni degli oligarchi conoscono soltanto le finestre illuminate, si sono festeggiati i risultati delle elezioni che hanno visto con più frequenza uscire dalle urne il beniamino della Francia che conta? 

Come andrà a finire, a questo punto, è facile immaginarlo. In Francia dopo queste votazioni nulla cambierà se non il nome di colui che, tra quindici giorni, salirà i gradini dell’Eliseo.

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