Pavel Florenskij a settanta anni dalla morte

Sono trascorsi settanta anni dalla scomparsa di Pavel Florenskij: scrittore, pensatore e scenziato assassinato dalla polizia sovietica che lo accusava di attività sovversiva contro lo Stato. In pochi hanno ricordato padre Pavel, il prete che, fedele alla sua vocazione, tenne all’impegno pastorale più che ai riconoscimenti accademici; alla celebrazione dell’Eucarestia più che all’avanzamento gerarchico.

Purtroppo non ci si è preoccupati di richiamare alla memoria popolare questo tragico evento che veniva a confermare la brutalità di regimi ostili ad ogni espressione del vivere civile, di ogni chiaro e leale confronto politico. In proposito, viene da domandarsi se ci sia ancora qualcuno in grado di ricordare Solgenitzin, il poeta e romanziere che dopo anni di carcere fu costretto a emigrare in America, dove visse da estraneo, incapace di inserirsi in un popolo troppo diverso dal suo.

A padre Florenskij spettò un destino ancora peggiore. Il coraggioso testimone della fede e assertore di un ordine civile negato dal dispotismo marx-leninista apparteneva ad una razza dello spirito oggi estinta, sia nell’ambito del cattolicesimo nella sua centralità romana che in quella confessione ortodossa del cui clero era membro amato e ascoltato. Del resto come e quanto avvertisse il senso e la portata della vocazione appare evidente nelle lettere alla famiglia in cui esortava la moglie e i figli a non cedere ed a seguire convintamente principi e valori custoditi da una tradizione millenaria mai rinnegata fino all’avvento del regime sanguinario di Lenin. Sempre in piena armonia con coloro che hanno cuore e mente liberi da ogni soggezione a ideologie e utopie.

Florenskij di cui oggi si possono leggere le sue migliori opere in italiano con i commenti di autorevoli pensatori e storici della cultura russa, seppe comunicare la sua forza interiore e il suo credo non soltanto a chi gli fu sentimentalmente e intellettualmente vicino, ma anche agli infelici costretti a subire le angherie e le tribolazioni dei campi di concentramento e del carcere dove, quando vi fu rinchiuso, non smise di dedicarsi alla ricerca scientifica, alla meditazione filosofica e alla contemplazione. Senza trascurare il solidale compito di infondere consolazione e incoraggiare i tanti che subivano le sue stesse pene. 

Morì riaffermando fino all’ultimo il credo della sua giovinezza: in spirito di quella assoluta fedeltà che aveva caratterizzato ogni attimo della sua esistenza di vivificatore delle coscienze e di animatore del pensiero.

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