A proposito di don Lorenzo Milani

A Firenze, negli anni della giovinezza ero di casa. Di questa città e del rilievo da essa avuto nella storia sociale e culturale della Penisola, ci aveva parlato a lungo e con passione negli anni del liceo il docente di letteratura italiana la cui adolescenza e giovinezza si era svolta nei quartieri popolari della città. In quei quartieri di cui parlerà in seguito nei suoi romanzi Vasco Pratolini. Il nostro professore si era soffermato, come era giusto, soprattutto sull’Umanesimo e sul Rinascimento: ignoravo a quel tempo le insidie che nascondevano per la cultura e per lo spirito. 

Nel capoluogo toscano avevo conosciuto e frequentato i maggiori esponenti dell’arte, della letteratura e del pensiero. Seguivo i loro dibattiti che avevano luogo non soltanto nelle sale delle conferenze, ma anche nei caffè “letterari” nel centro della città, rimasti famosi per i loro illustri clienti che annoveravano tra gli altri anche sacerdoti distintisi per il loro interesse verso la cultura “profana”. 

Del tutto estraneo, però, a questa cerchia di chierici letterati era un giovane prete che per il suo modo di comportarsi ricordava gli esponenti di quel clero caro alla narrativa francese del ventesimo secolo: preti più noti nelle fabbriche che nelle sale parrocchiali. 

Sto parlando di don Lorenzo Milani il cui modo di pensare e di agire sembrava impegnato ad attirare le antipatie dei benpensanti più che a coltivare le simpatie e la stima dei suoi superiori. Dava l’impressione di essersi formato più sulla stampa dei partiti di sinistra, in particolare del partito comunista, che sui testi abitualmente letti e studiati nei seminari. Era, cioè, un prete più attratto dal mito del progresso che dalla tradizione. Ebbi modo di parlarci e mi resi conto di una triste realtà: era figlio di una Chiesa in cui lo scetticismo era sempre più prevalente e in cui gli antichi maestri erano stati dimenticati a favore delle nuove mode basate sulle erronee filosofie e teologie dei padri gesuiti e domenicani dell’Europa centrale.

Grazie a Dio però, a Firenze non c’erano soltanto i preti alla Milani, di cui oggi si è ripreso a parlare, ma anche sacerdoti cresciuti alla scuola di Divo Barsotti, tempratosi nella lettura e nello studio dei Padri della Chiesa e dei grandi mistici di tutti i tempi. La speranza è che in questo conflitto fra un Cristianesimo scristianizzato e un Cattolicesimo dalle forti e profonde radici sia quest’ultimo a prevalere e a segnare il destino dei popoli europei. 

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