La situazione sindacale e i partiti della sinistra

“La sinistra europea è scomparsa, ha scelto di lasciare alla mercė del mercato e della concorrenza mondializzati i lavoratori di tutti i settori e di tutti i tipi: formalmente dipendenti e non, qualificati e non qualificati, a tempo e a cottimo, occupati e disoccupati, giovani e anziani.”

Sembra l’appello di un manifesto che esorta alla mobilitazione di classe. In realtà, sono le righe iniziali di un testo scientifico – “La scomparsa della sinistra in Europa” – che raccoglie l’analisi di due docenti universitari, Aldo Barba e Massimo Pivetti, secondo i quali i partiti e i sindacati che inquadrano quello che enfaticamente fino a ieri veniva chiamato movimento operaio, rivelano una crisi profonda dalla quale non sarà facile uscire.

Questa situazione induce i due ricercatori a ripercorrere il cammino inverso a quello compiuto dalle organizzazioni politiche e sociali della classe lavoratrice, ma pure a porre in evidenza il “ruolo” che le vicende della sinistra hanno giocato nel determinare il degrado economico, sociale e culturale: “ne consegue che rievocare uomini, idee, eventi non concede molto spazio all’ottimismo”. È impossibile, inoltre, tacere sull’impostazione ideologica che impedisce di riconoscere gli errori e le disfatte, da cui deriva l’attuale scadimento del livello operativo degli organi di rappresentanza. Soprattutto l’ultimo trentennio – è sempre l’opinione degli autori – è stato catastrofico perché ha visto il declino inesorabile di una realtà pur segnata da tenaci e dure battaglie. 

Ma come la storia ricorda, le vittorie dei sindacati e dei partiti erano tali soltanto in apparenza. Certo si sono pagati cedimenti, ma soprattutto hanno nociuto tattiche e strategie, proposte e rivendicazioni che hanno contribuito non poco al dissanguamento di un intero continente che non sarà sicuramente salvato dagli apparati di Bruxelles.

Se i sindacati – la cui crisi è sotto gli occhi di tutti – non vogliono scomparire, debbono trarre insegnamento dalla fine del comunismo e dal collasso del socialismo. Attualmente la sinistra non è ancora scomparsa, ma arranca nell’attesa passiva di una riscossa che non può verificarsi se non si ritrova una ragione di vita. I sogni e le utopie che infiammavano cuori e menti e che potevano illudere ai tempi dei comizi a San Giovanni e a piazza del duomo, sono irrimediabilmente lontani. Non ci sono più sociologi compiacenti che indicavano un percorso tutto in pianura. Ci si rassegni: gli eroici furori del generoso Di Vittorio e dell’intellettuale Trentin, come del fervoroso Landini non sono di alcun giovamento. Tanto meno le strategie a tavolino dei funzionari di federazioni e confederazioni. Quanto ai partiti non vale ripetere ciò che qui più volte si è scritto. Del resto la cronaca quotidiana offre costantemente nuove testimonianze di una assoluta inettitudine a individuare una linea di coerenza e di fermezza: le liti in seno al partito democratico sono la degenerazione di un dibattito che denuncia confusione e insicurezza. 

Queste pagine dei professori Barba e Pivetti – pagine che rivelano anche un appassionato senso civico, pur se non sempre condivisibili nei giudizi espressi – vanno lette e meditate soprattutto da coloro che vogliono essere protagonisti e anche interpreti del dramma che vive il proprio Paese.

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Bergoglio, senza misericordia, segue la moda e offende i populisti

Diviene sempre più difficile, dinanzi al dilagare della malafede e del malcostume, mantenere quell’autocontrollo indispensabile e doveroso soprattutto per coloro che svolgono compiti di alta responsabilità morale e civica. Quotidianamente, purtroppo, si assiste ad episodi e si ascoltano parole che inquietano, addolorano e mettono in grave imbarazzo quando i protagonisti sono persone con ruoli di orientamento e di guida.

In particolare il credente, il cattolico, teso a guardare alla madre Roma con fiducia e speranza, rimane sconcertato dinanzi alle improvvisazioni oratorie di un pontefice che sembra non ponderare ciò che dice con lo spirito pastorale richiesto al successore di Pietro. La triste impressione dell’ascoltatore è che non di rado si lasci suggestionare dalle opinioni prevalenti tra gli intellettuali ed i giornalisti finendo per fare propri giudizi e tendenze che non possono essere assolutamente condivisi da chi è chiamato a proclamare il Verbo.

La più recente esternazione del Pontefice si è avuta ieri quando si è pronunciato contro il populismo rivelando una grave ignoranza sulla storia delle idee e dei movimenti che a quelle idee si ispirano finendo il suo intervento oratorio secondo l’andazzo dei tempi, cioè, con il verdetto di circostanza: Hitler era un populista. Niente di più errato e falso. 

Era populista invece un movimento che Francesco conosce bene: il movimento dei Cristeros il cui capo egli ha canonizzato l’ottobre scorso. Un grande e glorioso movimento populista ispirato al Vangelo.

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Obama se ne va dopo un grigio ottennio

La sinistra d’Oltreoceano sta vivendo giorni di amara tristezza. Si vede privata, contro le sue aspettative, del luogo ospitale da essa più ambito, la Casa Bianca. La coppia Obama, brillante modello della nuova oligarchia progressistica, è stata spodestata dal più spietato rappresentante del conservatorismo della repubblica stellata. 

Barack Hussein Obama lascia con tristezza la Sala Ovale per sistemarsi con la famiglia in una accogliente villa nell’attesa di iniziare la serie di ben remunerate conferenze, come è abitudine degli ex presidenti invitati a parlare della loro esperienza al termine del mandato.

In queste settimane, avvicinandosi il trasloco, giornalisti e “osservatori” si sono cimentati nel giudicare l’ottennio nel corso del quale si è esposta al mondo un’America grigia piegata su se stessa e ancora una volta si è potuta registrare un’opacità conformistica che non aiuta certamente il lettore a farsi un’idea del personaggio. Raro il parere equilibrato aderente ai fatti. Più frequente l’apoteosi o il buonismo non compromettente. C’è stato poi chi, convinto di fargli un elogio, lo ha definito come degno successore di Roosevelt, dimenticando o fingendo di dimenticare, il comportamento tutt’altro che coraggioso tenuto da costui nei riguardi di Stalin. In realtà, se un primato ha raggiunto Barack Hussein è quello della mediocrità: un individuo che ha scelto come maestro nell’astuzia e nella spregiudicatezza il marito della sua prima Segretaria di stato nonchè sfortunata aspirante alla successione, Hillary Clinton.

Chi ha voluto sottolineare presunte doti oratorie di Obama ha soltanto dimostrato di essere vittima di una rilevante confusione di idee tale da confondere il comportamento del demagogo da quello dell’autentico statista. E chi, tra i democratici, ha voluto scaricare le responsabilità della sconfitta sulla sempre presente inettitudine dei capi del partito dinanzi all’irruenza di Trump pone in luce la stessa ambiguità del personaggio che intende difendere. 

Per la verità, se Trump ha vinto è perché, come hanno sottolineato gli osservatori più attenti, si è avvantaggiato di un Obama che non è riuscito a far dimenticare nella sua persona il vecchio ritratto del tribuno democratico. Stavolta i logori proclami della partitocrazia che hanno martellato, tramite radio e televisione, le orecchie degli elettori non sono stati in grado di tener testa a colui che si presentava come “uomo nuovo”.

Non è facile avanzare previsioni sull’avvenire. C’è chi spera che si possa ricreare il clima del non dimenticato Ronald Reagan, un mediocre artista che si rivelò un abile presidente. Sarà più realistico augurarsi una presidente che abbia vivo, giorno dopo giorno, il senso dello Stato.

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Malinconiche riflessioni

“Noi e voi (giovani fascisti) siamo più vicini di quel che sembra. Questo qualcosa in comune che ci unisce vi è stato anche quando si combatteva al Nord… I giovani neofascisti, che sognano una grande Italia, sanno che tutte le vecchie classi dirigenti tradiscono ancora la gioventù”. Sono parole pronunciate da Enrico Berlinguer nel 1950, al tempo segretario della Federazione Giovanile Comunista. 

Quando Giorgio Almirante, come segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano, si recò alle Botteghe Oscure per rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer voleva porgere l’estremo saluto a un avversario leale e tenace.

Poi sono giunti gli affossatori del Movimento Sociale che oggi ne celebrano i settanta anni dalla fondazione: nostalgici di un partito la cui morte è stata da loro stessi provocata. 

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Populismo: una parola troppo strapazzata

Un noto terzetto canoro italiano si è rifiutato – e ha tenuto a farlo sapere – di esibirsi dinanzi al nuovo presidente americano Trump. Non sapendo però come motivare una posizione chiaramente e conformisticamente faziosa, hanno detto che il rifiuto è dettato dalla loro netta posizione critica verso il populismo.

È toccata a questi ragazzi, brillantemente sulla cresta dell’onda e spavaldamente bene in vista, dare l’ennesima prova di un disinvolto cattivo uso della parola populismo di cui sono molti – compresi giornalisti, deputati e senatori – ad ignorare il significato. Per puntualizzare e senza volerne qui prendere le difese il populismo, contrariamente a quel che molti ritengono, non è un movimento di cani sciolti, di sprovveduti attori della scena politica ma di storici esponenti di battaglie civili e culturali in cui si cimentarono cattedratici, scrittori, artisti. Un mondo intellettuale molto più complesso di quello espresso dal marxismo. Basterà citare gli Herzen, i Bakunin, i Cernysevskij, i Dobroliubov contro i quali si pronunciò, spesso rabbiosamente, Carlo Marx. Da qui l’odio, mai nascosto, di comunisti e soci verso coloro che ne sostennero le idee.

In proposito ha scritto documentati e validi saggi lo slavista Vittorio Strada che, dopo i ripensamenti che lo spinsero ad abbandonare il partito comunista fu duramente e ingiustamente attaccato dai suoi ex compagni. Pertanto, indipendentemente dal giudizio che su questa corrente di pensiero si vuole dare, è obbligatorio riconoscere che si è trattato e per certi versi si tratta ancora, di una realtà intellettuale e politica da non sottovalutare, tanto meno da non disprezzare.

I ragazzi del terzetto canoro volevano fare bella figura ripetendo una definizione sentita mille volte alla televisione e mille volte usata in modo sbagliato. Con il rischio reale di apparire goffi e spregiudicati.

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Le apparizioni di Fatima: gli studi di Ennio Innocenti

Ci sono presidi nella Chiesa: sacerdoti e laici che fanno fronte agli attacchi sovvertitori dei progressisti di tutte le risme, comprese non poche aggregazioni di preti e frati fedifraghi. Questi presidi sono punti di riferimento e di raccolta dei credenti decisi a non staccarsi minimamente dalle fede e dalla cultura che li hanno temprati e danno vigore alle virtù teologali. Presidi, va ribadito, che sono eredi e tutori della Chiesa fondata da Cristo, guidata da Pietro e forgiata da Giovanni e Paolo che ebbero nei Padri i loro ispirati continuatori. Oggi il rischio è che vada perduto un patrimonio sapienziale che ha reso vitali popoli, epoche e civiltà. Dio ha voluto che anche a Roma si ritrovassero nella fedeltà al magistero apostolico i cattolici memori, provvisti della grazia di poter fare affidamento su sacerdoti quotidianamente testimoni del Verbo. 

Particolare rilievo ha avuto e continua ad avere la presenza pastorale di un sacerdote che, avvertita la vocazione all’età di sedici anni e sostenuto dallo Spirito Santo, ha instancabilmente proclamato la regalità di Cristo, luce di vita interiore e alimento dell’intelligenza d’amore. Ci si riferisce a don Ennio Innocenti che, pur nella riservatezza di una vita di intensa preghiera e di profondo raccoglimento, ha dato prova di tenacia nella docenza e nella militanza sacra: basi di un insegnamento mai sospeso o rallentato.

In quest’anno di celebrazioni per il centenario delle apparizioni di Fatima, torna di attualità il saggio di Innocenti del 2015: testo che conduce il lettore a situare l’incontro di Maria con i pastorelli portoghesi in un capitolo centrale della storia della salvezza. Con l’abituale chiarezza e singolare franchezza dell’autore, quest’opera dal significativo titolo “Mosca, Fatima, Roma”, in cui la metapolitica introduce alla mistica, richiede applicazione nella lettura intesa come preludio a rivivere una soprannaturale vicenda che incoraggia nelle battaglie per una fede non di rado appannata da coloro che hanno invece il mandato di mantenerla nel suo splendore.

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Un’opera di Paolo Rizza, discepolo di Attilio Mordini

È trascorso qualche anno da quando Paolo Rizza proponeva i risultati raggiunti nella riscoperta da lui compiuta del pensiero di Giovanni Gentile, condiviso dai suoi migliori discepoli e teso ad impedire la frattura definitiva della tradizione sottoposta ai colpi di quella divorante smania progressistica che conduce alla desertificazione delle anime. Infatti Gentile, pure essendo figlio del suo tempo e quindi non estraneo alla temperie culturale di cui rimanevano vittime anche le cattedre universitarie, tentò il recupero di un modo di vedere, di interpretare e di giudicare che si giovasse di quegli spazi spirituali non oppressi dal grigiore della cultura ufficiale: grigiore al quale ben poche menti e coscienze riuscivano a sfuggire.

Gentile e la sua scuola, però, hanno rappresentato una sosta di un iter affrontato da Paolo Rizza con lucida determinazione. Il faro guida di questo iter intellettuale è stato padre Dante, studiato a fondo come attestano le pagine dedicategli. E proprio questo suo procedere nel cammino della conoscenza gli ha permesso di tenersi a distanza rassicurante dalle suggestioni di utopie ed evasioni mentali falsamente rassicuranti. Pertanto, è doveroso riconoscere a  Rizza il merito di aver mantenuto un passo tale da permettergli di raggiungere la zona di sicurezza per il suo spirito. Non va dimenticato, poi, il suo provvidenziale incontro con Attilio Mordini, il fiorentino che, dopo gli anni di guerra cui aveva partecipato ponendosi fieramente dalla “parte sbagliata”, aveva consacrato i suoi giorni e sempre più spesso le sue notti nella riconquista della sapienza preclassica, quella che precede la civiltà di Atene e di Roma. 

E quanto Rizza sia rimasto fedele al suo magistero lo dimostrano le pagine dedicategli nel suo “La reazione cattolica contro la decadenza”. Le ragioni della scelta di un maestro come Mordini l’autore le spiega in alcune righe che esprimono l’intelletto d’amore. “Oggi, dinanzi al fallimento irreversibile del comunismo ed alla profonda secolarizzazione di cui è portatore l’Occidente liberaldemocratico si assiste al confluire delle ideologie nella banale e vacua inconcludenza del pensiero debole, che, negando l’esistenza di verità oggettive e riducendo la ragione al rango di passiva spettatrice in un mondo dominato dal proliferare di opinioni contrastanti, rappresenta il naturale esito nichilistico del pensiero moderno che lo studioso fiorentino aveva lucidamente descritto quale progressivo abbandono della tradizione cattolica, incentrata sulla persona divina di Gesù.” Queste pagine da leggere e da meditare sono l’espressione di una unione tra due intelligenze chiamata alla testimonianza eroica.

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