Difendere la nostra cultura, almeno in Italia

Nella mia vita penso di essere stato probo cittadino ed anche un buon patriota. Alla base di questo comportamento, non eccezionale nella mia generazione, c’era l’educazione familiare sorretta da una scuola che non aveva perduto le sue peculiarità. Una scuola dove si imparava a detestare Achille preferendogli Ettore e, per quanto mi riguarda, a non nutrire troppa simpatia verso Garibaldi preferendogli Mazzini. È vero, costui era un personaggio piuttosto plumbeo e amoreggiava troppo con la massoneria, ma la sua lapidaria sentenza – “la vita è missione e il dovere è la sua legge suprema” – mi aveva talmente incantato da averla poi scelta come sottotitolo della liceale rivista in ciclostile portavoce della “Giovane Italia”. 
Sentirsi un patriota era per noi, dunque, un segno di normalità: espressione, così mi appariva, di un comune stato d’animo. Oggi, per esternare tale sentimento, si ricorre a parole ritenute più pregnanti: sovranista, identitario… ma a noi non servivano. 

Del resto, i riferimenti alla patria e a coloro che per essa si erano immolati non mancavano e non mancano. O meglio, ancora non mancano. Lo attesta lo stradario: è un riferimento continuo alla storia, alla nostra storia ricca di grandi poeti, irraggiungibili artisti, illuminati giuristi ed eroici testimoni di fedi e di ideali. Non manca neppure la memoria degli eroi del secolo da poco conclusosi: gloriosi caduti della prima guerra mondiale o, per noi, della quarta guerra per l’indipendenza. Uno per tutti: Enrico Toti, il bersagliere ciclista con una sola gamba che, prima di morire, scagliò la sua stampella contro gli austriaci.

A proposito di austriaci e di austriacanti è di questi giorni la notizia che a Bolzano e nelle altre zone dell’Alto Adige il partito dei secessionisti, appoggiato da una sinistra poco dignitosa, avrebbero avuto l’intenzione di togliere dallo stradario le scritte in italiano. La gravità di tale iniziativa non è sfuggita a quei settori dell’opinione pubblica che si sentono e vogliono continuare ad essere legati alla cultura e alla lingua del proprio Paese. C’è stata conseguentemente una mobilitazione per impedire che fosse compiuto l’ennesimo atto di insensata provocazione contro l’Italia e contro chi all’Italia intende rimanere unito. E non è da escludere che anche il governo stavolta abbia contribuito a risolvere il problema in modo positivo. Almeno c’è da augurarselo per il futuro dato che le provocazioni, purtroppo, non finiranno con la sconfitta (temporanea?) dei provocatori.

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D’Alema e Renzi: la solita storia dei fratelli-coltelli

I giornalisti li avvicinano, anzi li affiancano. Arroganza e supponenza. Convinti, l’uno e l’altro di essere privilegiati depositari del senso dello Stato e, quindi, del diritto di amministrarlo. Tuttavia di somiglianze, di affinità tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi – di loro si parla – non se ne notano molte.

Massimo si è formato in una famiglia di stretta affiliazione comunista, di aperta e ostentata simpatia per l’Unione Sovietica e per il “socialismo realizzato” mentre Matteo è cresciuto in un ambiente in cui non si vedeva alcun contrasto, anzi, ci si compiaceva di saldare disinvoltamente clericalismo e predisposizione per gli affari. Quindi, intensa attrazione per una vita in cui agiatezza e devozione coesistano senza urti e contrapposizioni.

D’Alema ha trascorso la gioventù tra gli studi classici preferendo Catullo ad Orazio e l’interesse per le ideologie contemporanee scegliendo, sulle orme del padre, il marxismo-leninismo per poi ripiegare senza troppi turbamenti, dopo il tramonto del comunismo, sulla socialdemocrazia in un incrocio tra la scuola austriaca e quella scandinava: lontane, l’una e l’altra dal rigorismo dell’agitatore e teorico di Treviri.

Massimo e Matteo condividono l’aver ricoperto la carica di presidente del Consiglio dei ministri per un periodo piuttosto breve non soltanto per i loro demeriti, ma anche per le lotte interne. Oggi sono due eminenze grigie con seguaci che si confrontano e si odiano non differenziandosi nei sentimenti dai loro beniamini politici. Questi, intanto, continuano a guardarsi in cagnesco e si adoperano ad ordire intrighi per imporsi senza esporsi: contrariamente a quel che successe ai loro maestri Gramsci, morto in una clinica dopo anni di galera e don Sturzo, esule per decenni negli Stati Uniti. Nel frattempo, si aggravano le condizioni del partito democratico ormai lacerato da divisioni insuperabili e irreparabili. In questa situazione pare che, per usare un’espressione del fiorentino, ci sia rimasto ben poco da asfaltare.

Mentre l’Italia geme e pena che fa l’opposizione? Appassisce dinanzi a un Berlusconi che, dopo aver trascorso decenni nell’esaltare per poi emarginare, ha posato gli occhi sul lagunare Zaia il quale, però, non intende staccarsi dalle sue radici leghiste.

Sic transit gloria mundi: sembrano della scorsa settimana i giorni in cui il Cavaliere faceva incontrare a Napoli il presidente americano e il despota moscovita, uniti in una stretta di mano che ha fatto storia.

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La rissa nel partito democratico

“Non può né deve finire così”, ha sentenziato Enrico Letta, una “brava persona” – per usare l’espressione di un cronista – che insieme con Paolo Gentiloni guida la schiera delle “brave persone” che, però, ben poco o niente hanno voluto e saputo fare per impedire la triennale devastazione compiuta da Matteo Renzi. Infatti il primo, chiuso nella sua amarezza, ha preferito l’esilio di Parigi; l’altro si è accontentato di fare l’eterno secondo.
Eppure passi da preoccupare ne aveva compiuti il fiorentino: tali da far sorgere più di un dubbio sulle sue intenzioni e ambizioni. Tuttavia, il processo al passato con tutti i suoi momenti oscuri è più rassicurante lasciarlo agli storici che avranno maggiori opportunità per porre nella giusta luce il presente. 

Un chiarimento, però, si impone subito: all’assemblea romana del pd non si è svolta una tragedia, sono mancati i personaggi. Se mai si è potuto assistere ad una breve farsa che ha avuto come unico attore il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, che abbandonandosi all’ira e al pessimismo più volte ha annunciato feralmente per poi negarlo fermamente il proposito di abbandonare il partito.

L’unico serio, gli va dato atto, è stato in questa temperie il segretario dimissionario Matteo Renzi il quale, prima di abbandonare l’assemblea e sapendo di partire avvantaggiato rispetto ai candidati delle minoranze, si è ufficialmente ricandidato alla segreteria del partito senza assumere alcun impegno programmatico. Nessuna intenzione di scendere a patti, di fare concessioni. 

Uno dei suoi più autorevoli avversari, Guglielmo Epifani, ha concluso il suo intervento con un esortativo “bisogna fermarsi” cui si è risposto con un sarcastico “ma quando ci siamo mossi?”: domanda sensata alla quale non è stata data risposta, nonostante ci siano stati tempi e modi. Anche i maggiorenti dell’opposizione, tra cui lo stesso Bersani, hanno preferito catoneggiare piuttosto che dare svolgimento ai temi più caldi e proporre soluzioni ai problemi che oggi Renzi promette di voler risolvere dopo averli creati o aver contribuito a crearli. Ma sarebbe una forma eccessiva di pessimismo che non ci sono stati interventi sui quali Renzi potrebbe riflettere. Basta soffermarsi, per citare i più significativi, ai suggerimenti del “fratello saggio” Gianni Cuperlo che si è imposto sui toni nostalgici del socialista dichiarato Enrico Rossi, o agli appelli distensivi di Piero Fassino e Dario Franceschini. Un ricco materiale da cui partire per un efficace esame di coscienza. 

Purtroppo, però, in assoluta coerenza con il suo spavaldo carattere, consapevole di avere la vittoria in tasca, Matteo se ne è andato a prendere il sole in California con la scusa di volersi aggiornare sui progressi della tecnologia.

“Il danno del vuoto che si apre” è il titolo dell’editoriale di un prestigioso quotidiano. Ma dal dibattito di questi giorni è stato confermato che il vuoto non è di oggi. Se si cerca una prova convincente di ciò basta l’intervento di Walter Veltroni che, dimenticando Gramsci e Berlinguer, si è messo in fila tra gli estimatori di Renzi la cui indiscutibile responsabilità è di rendere ancora più pesante e incontrollabile l’eredità ricevuta.

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Lenin, Stalin, Togliatti

Non fu un anticomunista, un politico di destra, uno storico o un’analista delle ideologie a prevedere che il comunismo di Lenin, una volta al potere, si sarebbe risolto in una rigida e crudele burocrazia, ma la tedesca passionaria rossa Rosa Luxemburg, fondatrice insieme con Karl Liebknecht della Lega Spartachista, movimento indisponibile ad ogni pur minima concessione al “dominio borghese”.

Burocrazia e Ceka (polizia politica): queste le basi del regime dispotico che venne dai tanti apologeti definito “socialismo realizzato” e il cui avvento in Russia fu insensatamente salutato come un trionfo dei lavoratori. Il fondatore del nuovo organismo statuale fu Lenin. Lo ricorda Giancarlo Lehner nel lavoro di ricostruzione storica “Lenin, Stalin, Togliatti” realizzato con la collaborazione di Francesco Bigazzi.

Le prime vittime di questo stravolgimento epocale furono proprio quegli operai ingannati dagli ideologi con in testa Marx e dagli agitatori seguaci di Lenin e di colui che si impose come suo successore sbaragliando tutte le fazioni esistenti nell’ambito del partito comunista russo.

“Potere operaio” fu definito il regime segnato da un furore distruttivo che non avrebbe risparmiato neppure molti dei promotori, tra cui Trotsky, della rovinosa avventura in seguito alla quale la Russia passò dalle rattrappite mani degli zar – ormai spettatori passivi prima che vittime – a quelle dei soviet. E mentre Lenin guardò sempre a Marx come guida, Stalin si attenne soltanto a ciò che gli suggeriva … Stalin.

Con l’ascesa al vertice dell’ex seminarista georgiano scomparve anche la più flebile speranza di poter realizzare un ordine civile e sociale aderente ai tempi. Così nacque lo stalinismo che improntò di sé tutti i governi e tutti i partiti che si professavano comunisti. 

E l’Italia, con Togliatti, non fece eccezione. Prima di lui sembrò che con Antonio Gramsci, sia pure formalmente, si volesse mantenere un minimo di autonomia, anche se non si evitò di spingere ai margini marxisti rigorosi come il dissidente Amedeo Bordiga. Ma fu con Togliatti che il partito comunista della penisola si ridusse ad essere una federazione localmente distaccata della centrale moscovita.

Negli anni del suo esilio a Mosca colui che i cortigiani e i giornalisti ironicamente chiamarono “il migliore” si dimostrò disponibile a far proprie le linee stabilite dal Soviet Supremo e proseguì su questa linea di subordinazione pure dopo il rientro in Italia nelle sue vesti di segretario generale del partito.

E tutti i comunisti italiani dei trascorsi decenni – dai membri della segreteria, della direzione e del comitato centrale all’ultimo attivista di cellula – si adeguarono disciplinatamente alle posizioni dell’indiscusso e indiscutibile capo Palmiro Togliatti. In proposito sbagliava Miriam Mafai quando sosteneva che i membri del p.c.i. avevano due patrie, l’Italia e l’Urss mentre era nel giusto quando ricordava gli attivisti e i simpatizzanti – lo si può rileggere oggi nel volume “Togliatti e Stalin” curato da Elena Aga Rossi e Victor Zalavsky – esaltare, evidentemente, in preda alla follia collettiva Stalin come il “grande capo dell’Urss e di tutti i comunisti del mondo, il marxista più geniale dopo Lenin, il vincitore della seconda guerra mondiale, il più tenace combattente per la pace” e ancora, un capo che vegliava “sereno e bonario su ogni nostro incontro, assemblea e riunione”. È triste, è umiliante per l’umanità ma è stato così.

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La situazione sindacale e i partiti della sinistra

“La sinistra europea è scomparsa, ha scelto di lasciare alla mercė del mercato e della concorrenza mondializzati i lavoratori di tutti i settori e di tutti i tipi: formalmente dipendenti e non, qualificati e non qualificati, a tempo e a cottimo, occupati e disoccupati, giovani e anziani.”

Sembra l’appello di un manifesto che esorta alla mobilitazione di classe. In realtà, sono le righe iniziali di un testo scientifico – “La scomparsa della sinistra in Europa” – che raccoglie l’analisi di due docenti universitari, Aldo Barba e Massimo Pivetti, secondo i quali i partiti e i sindacati che inquadrano quello che enfaticamente fino a ieri veniva chiamato movimento operaio, rivelano una crisi profonda dalla quale non sarà facile uscire.

Questa situazione induce i due ricercatori a ripercorrere il cammino inverso a quello compiuto dalle organizzazioni politiche e sociali della classe lavoratrice, ma pure a porre in evidenza il “ruolo” che le vicende della sinistra hanno giocato nel determinare il degrado economico, sociale e culturale: “ne consegue che rievocare uomini, idee, eventi non concede molto spazio all’ottimismo”. È impossibile, inoltre, tacere sull’impostazione ideologica che impedisce di riconoscere gli errori e le disfatte, da cui deriva l’attuale scadimento del livello operativo degli organi di rappresentanza. Soprattutto l’ultimo trentennio – è sempre l’opinione degli autori – è stato catastrofico perché ha visto il declino inesorabile di una realtà pur segnata da tenaci e dure battaglie. 

Ma come la storia ricorda, le vittorie dei sindacati e dei partiti erano tali soltanto in apparenza. Certo si sono pagati cedimenti, ma soprattutto hanno nociuto tattiche e strategie, proposte e rivendicazioni che hanno contribuito non poco al dissanguamento di un intero continente che non sarà sicuramente salvato dagli apparati di Bruxelles.

Se i sindacati – la cui crisi è sotto gli occhi di tutti – non vogliono scomparire, debbono trarre insegnamento dalla fine del comunismo e dal collasso del socialismo. Attualmente la sinistra non è ancora scomparsa, ma arranca nell’attesa passiva di una riscossa che non può verificarsi se non si ritrova una ragione di vita. I sogni e le utopie che infiammavano cuori e menti e che potevano illudere ai tempi dei comizi a San Giovanni e a piazza del duomo, sono irrimediabilmente lontani. Non ci sono più sociologi compiacenti che indicavano un percorso tutto in pianura. Ci si rassegni: gli eroici furori del generoso Di Vittorio e dell’intellettuale Trentin, come del fervoroso Landini non sono di alcun giovamento. Tanto meno le strategie a tavolino dei funzionari di federazioni e confederazioni. Quanto ai partiti non vale ripetere ciò che qui più volte si è scritto. Del resto la cronaca quotidiana offre costantemente nuove testimonianze di una assoluta inettitudine a individuare una linea di coerenza e di fermezza: le liti in seno al partito democratico sono la degenerazione di un dibattito che denuncia confusione e insicurezza. 

Queste pagine dei professori Barba e Pivetti – pagine che rivelano anche un appassionato senso civico, pur se non sempre condivisibili nei giudizi espressi – vanno lette e meditate soprattutto da coloro che vogliono essere protagonisti e anche interpreti del dramma che vive il proprio Paese.

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Bergoglio, senza misericordia, segue la moda e offende i populisti

Diviene sempre più difficile, dinanzi al dilagare della malafede e del malcostume, mantenere quell’autocontrollo indispensabile e doveroso soprattutto per coloro che svolgono compiti di alta responsabilità morale e civica. Quotidianamente, purtroppo, si assiste ad episodi e si ascoltano parole che inquietano, addolorano e mettono in grave imbarazzo quando i protagonisti sono persone con ruoli di orientamento e di guida.

In particolare il credente, il cattolico, teso a guardare alla madre Roma con fiducia e speranza, rimane sconcertato dinanzi alle improvvisazioni oratorie di un pontefice che sembra non ponderare ciò che dice con lo spirito pastorale richiesto al successore di Pietro. La triste impressione dell’ascoltatore è che non di rado si lasci suggestionare dalle opinioni prevalenti tra gli intellettuali ed i giornalisti finendo per fare propri giudizi e tendenze che non possono essere assolutamente condivisi da chi è chiamato a proclamare il Verbo.

La più recente esternazione del Pontefice si è avuta ieri quando si è pronunciato contro il populismo rivelando una grave ignoranza sulla storia delle idee e dei movimenti che a quelle idee si ispirano finendo il suo intervento oratorio secondo l’andazzo dei tempi, cioè, con il verdetto di circostanza: Hitler era un populista. Niente di più errato e falso. 

Era populista invece un movimento che Francesco conosce bene: il movimento dei Cristeros il cui capo egli ha canonizzato l’ottobre scorso. Un grande e glorioso movimento populista ispirato al Vangelo.

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Obama se ne va dopo un grigio ottennio

La sinistra d’Oltreoceano sta vivendo giorni di amara tristezza. Si vede privata, contro le sue aspettative, del luogo ospitale da essa più ambito, la Casa Bianca. La coppia Obama, brillante modello della nuova oligarchia progressistica, è stata spodestata dal più spietato rappresentante del conservatorismo della repubblica stellata. 

Barack Hussein Obama lascia con tristezza la Sala Ovale per sistemarsi con la famiglia in una accogliente villa nell’attesa di iniziare la serie di ben remunerate conferenze, come è abitudine degli ex presidenti invitati a parlare della loro esperienza al termine del mandato.

In queste settimane, avvicinandosi il trasloco, giornalisti e “osservatori” si sono cimentati nel giudicare l’ottennio nel corso del quale si è esposta al mondo un’America grigia piegata su se stessa e ancora una volta si è potuta registrare un’opacità conformistica che non aiuta certamente il lettore a farsi un’idea del personaggio. Raro il parere equilibrato aderente ai fatti. Più frequente l’apoteosi o il buonismo non compromettente. C’è stato poi chi, convinto di fargli un elogio, lo ha definito come degno successore di Roosevelt, dimenticando o fingendo di dimenticare, il comportamento tutt’altro che coraggioso tenuto da costui nei riguardi di Stalin. In realtà, se un primato ha raggiunto Barack Hussein è quello della mediocrità: un individuo che ha scelto come maestro nell’astuzia e nella spregiudicatezza il marito della sua prima Segretaria di stato nonchè sfortunata aspirante alla successione, Hillary Clinton.

Chi ha voluto sottolineare presunte doti oratorie di Obama ha soltanto dimostrato di essere vittima di una rilevante confusione di idee tale da confondere il comportamento del demagogo da quello dell’autentico statista. E chi, tra i democratici, ha voluto scaricare le responsabilità della sconfitta sulla sempre presente inettitudine dei capi del partito dinanzi all’irruenza di Trump pone in luce la stessa ambiguità del personaggio che intende difendere. 

Per la verità, se Trump ha vinto è perché, come hanno sottolineato gli osservatori più attenti, si è avvantaggiato di un Obama che non è riuscito a far dimenticare nella sua persona il vecchio ritratto del tribuno democratico. Stavolta i logori proclami della partitocrazia che hanno martellato, tramite radio e televisione, le orecchie degli elettori non sono stati in grado di tener testa a colui che si presentava come “uomo nuovo”.

Non è facile avanzare previsioni sull’avvenire. C’è chi spera che si possa ricreare il clima del non dimenticato Ronald Reagan, un mediocre artista che si rivelò un abile presidente. Sarà più realistico augurarsi una presidente che abbia vivo, giorno dopo giorno, il senso dello Stato.

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