Democrazia e scetticismo

È stato un caso propizio il contemporaneo pronunciamento elettorale in tre dei più importanti paesi europei: Gran Bretagna, Francia e Italia. Mentre in Germania il voto è previsto per il prossimo autunno. Va tuttavia precisato che, diversamente da Parigi e Londra, dove sono stati i parlamentari a dover affrontare il giudizio degli elettori, nel nostro paese si sono recati alle urne oltre nove milioni di cittadini, impegnati a rinnovare gli organi di governo locale.
Ma, ai fini del giudizio degli osservatori, i risultati delle consultazioni popolari non hanno minore o diverso valore per rendersi conto dello stato d’animo, per avere l’esatta nozione del livello di partecipazione dell’opinione pubblica. Pertanto, sono innanzi tutto da registrare sia Oltremanica che al di qua e al di là delle Alpi, lo scetticismo e il conseguente distacco dalle polemiche che si svolgono tra i partiti, in parlamento o attraverso gli organi di informazione su temi e problemi rilevanti.

Nel Regno Unito, dopo una grigia campagna propagandistica chiusasi con una partecipazione al voto che non ha raggiunto il settanta per cento, si è registrato lo sconcerto tra i conservatori, ingannati dalle assicurazioni della inveterata sognatrice Theresa May costretta, per la modestia dei risultati raggiunti, a elemosinare l’appoggio di uno dei due partiti filoirlandesi. Non meglio lo stato d’animo del leader laburista Corbyn, anch’egli rimasto deluso dall’imprevista ed eccessiva sobrietà delle posizioni conquistate.

Niente di diverso in Francia dove è vero che il neopresidente Macron ha fatto man bassa di voti, ma si sarebbe colpevoli di una informazione monca se non si sottolineasse la quasi scomparsa della sinistra e il ripiegamento dei gollisti costretti a leccarsi le non poche e non lievi ferite. Lo scrupolo dell’osservatore vuole che non si ponga in secondo piano la scarsa affluenza alla urne, raramente verificatasi nella misura del cinquanta per cento e indicativa di un accentuato malessere della repubblica. Evidentemente la memoria di De Gaulle non è più di sprone a votare per rinnovare la fiducia a quel raggruppamento che il generale aveva fondato con il fine di garantire un sicuro sostegno alla sua riforma. 

Si apre così l’era di Macron, il nuovo presidente alla testa di un movimento che aspirerebbe ad imporsi sulla vecchia partitocrazia. Dovrà, tuttavia, passare del tempo prima che lo scetticismo lasci il posto ad un orizzonte più sereno. In un’intervista concessa qualche giorno prima della sua entrata all’Eliseo, Macron aveva fatto appello alla speranza. Ma la speranza richiede un impegno forte delle altre due virtù, la fede e la carità. In tempi come questi non è troppo facile reperirle. E non soltanto Oltralpe.

Quanto all’Italia, si hanno ancora sotto gli occhi le statistiche che provocano una nuova delusione per il sempre baldanzoso Renzi ed uno smacco per il movimento grillino. Lieve vantaggio per il centrodestra che, però, manca di una guida salda e rischia di rimanere preda di improvvisati tribuni.

Le crisi si possono superare soltanto quando ci sono uomini capaci di indicare una via percorribile. Ma, al momento, non se ne vedono.

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