Lenin, battistrada del dispotismo novecentesco

La storia o, meglio, gli storici – perché è degli storici la responsabilità del giudizio sui regimi e su chi li impersona – non possono essere clementi verso Lenin. Non soltanto per aver scelto Stalin come suo successore. Certo, tale scelta fu un atto insensato e scellerato come fu criminale il comportamento di chi favorì l’ascesa al potere di Hitler in Germania. Ma è il Lenin ideologo, stratega e punto di riferimento del sovversivismo internazionale a dover essere messo sotto processo e a subire inevitabilmente una dura condanna. “Non era sempre stato una persona cattiva” – si premura di scrivere il suo più recente biografo Victor Sebestyen in “Lenin”, edito da Rizzoli. Ma il periodo in cui lo è stato rimane segnato come una immane tragedia non soltanto per il popolo russo.
Il terrore politico, infatti, trovò in lui il teorico, l’organizzatore e l’esecutore che servì da esempio e modello agli stragisti di stato del Novecento. La prima lezione della sua “scuola” consisté nel dare suggerimenti e indicazioni per l’eliminazione dell’avversario o, meglio, trattandosi di un comunista, del nemico. E il risultato della sua distruttiva ideologia e della sua azione politica fu “una Russia violenta, tirannica e corrotta”. Una Russia schiacciata da una persona eccessivamente emotiva e vittima di tante ossessioni da impedirle di prendere decisioni ponderate. 

Nelle pagine di questa ricostruzione biografica si trova finalmente una descrizione del tutto veritiera: non sono molti i testi che l’equivalgono nell’evocare le luttuose giornate di Pietrogrado i cui cittadini furono i primi a sperimentare la brutalità del dispotismo comunista. C’è però una considerazione di centrale importanza che corregge le enfatiche e menzognere descrizioni dei catastrofici eventi. “I bolscevichi vinsero – puntualizza lo storico – perché la parte avversa, il governo provvisorio e i suoi fautori – una coalizione formata da centro destra, liberali e socialisti – erano ancora più incompetenti e non presero i bolscevichi sul serio finché non fu troppo tardi. Ma alla maggioranza della popolazione non interessava che avesse vinto; pochi si resero conto che stava succedendo qualcosa di importante…”.

Ed è sempre lo storico a rilevare come in quel momento che segnò il passaggio ad una era contrassegnata da tirannie e massacri, sia seguita una falsa gara di modestia da parte dei rivoluzionari “che di lì a poche ore sarebbero divenuti supremi oligarchi con un impressionante potere di vita e di morte su milioni di persone”.

Alla morte di Lenin il potere cadde nelle mani di Stalin ma non sarebbe andata meglio ai poveri russi se a prevalere fosse stato Trockij o qualche altro esponente della congrega marxista-leninista. 

Oggi del comunismo sovietico non è rimasto che la mummia di Lenin situata al Cremlino dove si è sistemato Valentino Putin che sogna il ritorno all’impero e al … centralismo democratico di staliniana memoria. Per i russi la situazione è indubbiamente migliorata. Tuttavia ancora basta una manifestazione di piazza senza incidenti per far finire in galera il suo organizzatore.

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