D’Alema e Renzi: la solita storia dei fratelli-coltelli

I giornalisti li avvicinano, anzi li affiancano. Arroganza e supponenza. Convinti, l’uno e l’altro di essere privilegiati depositari del senso dello Stato e, quindi, del diritto di amministrarlo. Tuttavia di somiglianze, di affinità tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi – di loro si parla – non se ne notano molte.

Massimo si è formato in una famiglia di stretta affiliazione comunista, di aperta e ostentata simpatia per l’Unione Sovietica e per il “socialismo realizzato” mentre Matteo è cresciuto in un ambiente in cui non si vedeva alcun contrasto, anzi, ci si compiaceva di saldare disinvoltamente clericalismo e predisposizione per gli affari. Quindi, intensa attrazione per una vita in cui agiatezza e devozione coesistano senza urti e contrapposizioni.

D’Alema ha trascorso la gioventù tra gli studi classici preferendo Catullo ad Orazio e l’interesse per le ideologie contemporanee scegliendo, sulle orme del padre, il marxismo-leninismo per poi ripiegare senza troppi turbamenti, dopo il tramonto del comunismo, sulla socialdemocrazia in un incrocio tra la scuola austriaca e quella scandinava: lontane, l’una e l’altra dal rigorismo dell’agitatore e teorico di Treviri.

Massimo e Matteo condividono l’aver ricoperto la carica di presidente del Consiglio dei ministri per un periodo piuttosto breve non soltanto per i loro demeriti, ma anche per le lotte interne. Oggi sono due eminenze grigie con seguaci che si confrontano e si odiano non differenziandosi nei sentimenti dai loro beniamini politici. Questi, intanto, continuano a guardarsi in cagnesco e si adoperano ad ordire intrighi per imporsi senza esporsi: contrariamente a quel che successe ai loro maestri Gramsci, morto in una clinica dopo anni di galera e don Sturzo, esule per decenni negli Stati Uniti. Nel frattempo, si aggravano le condizioni del partito democratico ormai lacerato da divisioni insuperabili e irreparabili. In questa situazione pare che, per usare un’espressione del fiorentino, ci sia rimasto ben poco da asfaltare.

Mentre l’Italia geme e pena che fa l’opposizione? Appassisce dinanzi a un Berlusconi che, dopo aver trascorso decenni nell’esaltare per poi emarginare, ha posato gli occhi sul lagunare Zaia il quale, però, non intende staccarsi dalle sue radici leghiste.

Sic transit gloria mundi: sembrano della scorsa settimana i giorni in cui il Cavaliere faceva incontrare a Napoli il presidente americano e il despota moscovita, uniti in una stretta di mano che ha fatto storia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...