La rissa nel partito democratico

“Non può né deve finire così”, ha sentenziato Enrico Letta, una “brava persona” – per usare l’espressione di un cronista – che insieme con Paolo Gentiloni guida la schiera delle “brave persone” che, però, ben poco o niente hanno voluto e saputo fare per impedire la triennale devastazione compiuta da Matteo Renzi. Infatti il primo, chiuso nella sua amarezza, ha preferito l’esilio di Parigi; l’altro si è accontentato di fare l’eterno secondo.
Eppure passi da preoccupare ne aveva compiuti il fiorentino: tali da far sorgere più di un dubbio sulle sue intenzioni e ambizioni. Tuttavia, il processo al passato con tutti i suoi momenti oscuri è più rassicurante lasciarlo agli storici che avranno maggiori opportunità per porre nella giusta luce il presente. 

Un chiarimento, però, si impone subito: all’assemblea romana del pd non si è svolta una tragedia, sono mancati i personaggi. Se mai si è potuto assistere ad una breve farsa che ha avuto come unico attore il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, che abbandonandosi all’ira e al pessimismo più volte ha annunciato feralmente per poi negarlo fermamente il proposito di abbandonare il partito.

L’unico serio, gli va dato atto, è stato in questa temperie il segretario dimissionario Matteo Renzi il quale, prima di abbandonare l’assemblea e sapendo di partire avvantaggiato rispetto ai candidati delle minoranze, si è ufficialmente ricandidato alla segreteria del partito senza assumere alcun impegno programmatico. Nessuna intenzione di scendere a patti, di fare concessioni. 

Uno dei suoi più autorevoli avversari, Guglielmo Epifani, ha concluso il suo intervento con un esortativo “bisogna fermarsi” cui si è risposto con un sarcastico “ma quando ci siamo mossi?”: domanda sensata alla quale non è stata data risposta, nonostante ci siano stati tempi e modi. Anche i maggiorenti dell’opposizione, tra cui lo stesso Bersani, hanno preferito catoneggiare piuttosto che dare svolgimento ai temi più caldi e proporre soluzioni ai problemi che oggi Renzi promette di voler risolvere dopo averli creati o aver contribuito a crearli. Ma sarebbe una forma eccessiva di pessimismo che non ci sono stati interventi sui quali Renzi potrebbe riflettere. Basta soffermarsi, per citare i più significativi, ai suggerimenti del “fratello saggio” Gianni Cuperlo che si è imposto sui toni nostalgici del socialista dichiarato Enrico Rossi, o agli appelli distensivi di Piero Fassino e Dario Franceschini. Un ricco materiale da cui partire per un efficace esame di coscienza. 

Purtroppo, però, in assoluta coerenza con il suo spavaldo carattere, consapevole di avere la vittoria in tasca, Matteo se ne è andato a prendere il sole in California con la scusa di volersi aggiornare sui progressi della tecnologia.

“Il danno del vuoto che si apre” è il titolo dell’editoriale di un prestigioso quotidiano. Ma dal dibattito di questi giorni è stato confermato che il vuoto non è di oggi. Se si cerca una prova convincente di ciò basta l’intervento di Walter Veltroni che, dimenticando Gramsci e Berlinguer, si è messo in fila tra gli estimatori di Renzi la cui indiscutibile responsabilità è di rendere ancora più pesante e incontrollabile l’eredità ricevuta.

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