Lenin, Stalin, Togliatti

Non fu un anticomunista, un politico di destra, uno storico o un’analista delle ideologie a prevedere che il comunismo di Lenin, una volta al potere, si sarebbe risolto in una rigida e crudele burocrazia, ma la tedesca passionaria rossa Rosa Luxemburg, fondatrice insieme con Karl Liebknecht della Lega Spartachista, movimento indisponibile ad ogni pur minima concessione al “dominio borghese”.

Burocrazia e Ceka (polizia politica): queste le basi del regime dispotico che venne dai tanti apologeti definito “socialismo realizzato” e il cui avvento in Russia fu insensatamente salutato come un trionfo dei lavoratori. Il fondatore del nuovo organismo statuale fu Lenin. Lo ricorda Giancarlo Lehner nel lavoro di ricostruzione storica “Lenin, Stalin, Togliatti” realizzato con la collaborazione di Francesco Bigazzi.

Le prime vittime di questo stravolgimento epocale furono proprio quegli operai ingannati dagli ideologi con in testa Marx e dagli agitatori seguaci di Lenin e di colui che si impose come suo successore sbaragliando tutte le fazioni esistenti nell’ambito del partito comunista russo.

“Potere operaio” fu definito il regime segnato da un furore distruttivo che non avrebbe risparmiato neppure molti dei promotori, tra cui Trotsky, della rovinosa avventura in seguito alla quale la Russia passò dalle rattrappite mani degli zar – ormai spettatori passivi prima che vittime – a quelle dei soviet. E mentre Lenin guardò sempre a Marx come guida, Stalin si attenne soltanto a ciò che gli suggeriva … Stalin.

Con l’ascesa al vertice dell’ex seminarista georgiano scomparve anche la più flebile speranza di poter realizzare un ordine civile e sociale aderente ai tempi. Così nacque lo stalinismo che improntò di sé tutti i governi e tutti i partiti che si professavano comunisti. 

E l’Italia, con Togliatti, non fece eccezione. Prima di lui sembrò che con Antonio Gramsci, sia pure formalmente, si volesse mantenere un minimo di autonomia, anche se non si evitò di spingere ai margini marxisti rigorosi come il dissidente Amedeo Bordiga. Ma fu con Togliatti che il partito comunista della penisola si ridusse ad essere una federazione localmente distaccata della centrale moscovita.

Negli anni del suo esilio a Mosca colui che i cortigiani e i giornalisti ironicamente chiamarono “il migliore” si dimostrò disponibile a far proprie le linee stabilite dal Soviet Supremo e proseguì su questa linea di subordinazione pure dopo il rientro in Italia nelle sue vesti di segretario generale del partito.

E tutti i comunisti italiani dei trascorsi decenni – dai membri della segreteria, della direzione e del comitato centrale all’ultimo attivista di cellula – si adeguarono disciplinatamente alle posizioni dell’indiscusso e indiscutibile capo Palmiro Togliatti. In proposito sbagliava Miriam Mafai quando sosteneva che i membri del p.c.i. avevano due patrie, l’Italia e l’Urss mentre era nel giusto quando ricordava gli attivisti e i simpatizzanti – lo si può rileggere oggi nel volume “Togliatti e Stalin” curato da Elena Aga Rossi e Victor Zalavsky – esaltare, evidentemente, in preda alla follia collettiva Stalin come il “grande capo dell’Urss e di tutti i comunisti del mondo, il marxista più geniale dopo Lenin, il vincitore della seconda guerra mondiale, il più tenace combattente per la pace” e ancora, un capo che vegliava “sereno e bonario su ogni nostro incontro, assemblea e riunione”. È triste, è umiliante per l’umanità ma è stato così.

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