Clint Eastwood: attore, regista e patriota entusiasta

Attore suadente, regista esperto e patriota entusiasta non disponibile a mercanteggiare su principi e sentimenti. Un conservatore, anzi, un reazionario ma – Dio ce ne guardi – nulla in comune con un Tramp che, sul piano civico, non è meno meschino della sua rivale Clinton: tutti e due potenti, ma ancor più prepotenti, quindi, senza quella autentica autorità che giustifica il potere. Clinton Eastwood – di lui si parla – è una persona colta che recita, ma non si esibisce; non frequenta circoli, salotti, ambienti progressistici dove la chiacchiera domina imperterrita.

Detesta i democratici, non intende avere alcun punto in comune con il partito di Roosevelt, di Kennedy, di Clinton (è infastidito dall’omonimia) e di Obama che non a torto considera una nullità. In proposito si ricorda ancora quando l’attore-regista intervenendo a un congresso del suo partito, volle offrire alla platea un momento di ilarità mettendosi a parlare con una sedia vuota: ovviamente rappresentava l’attuale inquilino della Casa Bianca. Vive in lui il senso della giustizia così come è forte l’istanza alla libertà. Per questo disprezza l’ipocrisia dei suoi colleghi alla Redford che ricercano popolarità assumendo pose “estremistiche”.

Certi giornalisti, pensando di offenderlo, lo hanno definito populista. Evidentemente, come tanti colleghi europei ignorano il significato della parola che vuole intendere un senso di apertura e di solidarietà che va oltre la divisione e la contrapposizione di classe: per uno Stato che riconosca e si riconosca in tutti. È costretto, suo malgrado – e lo ha ammesso  – a votare per Tramp, preoccupato che la sua astensione possa in qualche modo favorire la Clinton, avventuriera politica della stessa stoffa morale del consorte. Nè vuole confondersi con le mezzacalzette del suo partito che, intimorite dai commenti della stampa e della radiotelevisione, sono andati ad infoltire le file della probabile vincitrice delle elezioni di novembre per la Casa Bianca. Indecoroso spettacolo della “grande” democrazia d’oltreoceano.

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