Ancora sulla guerra civile e sulle celebrazioni che dividono

In questi giorni si è avuta l’opportunità di leggere su un diffuso quotidiano le parole con le quali lo scrittore Arthur Ponsonby, distintosi nei primi decenni del Novecento per il suo facinoroso pacifismo, stigmatizzava l’abietto sistema di “inoculare il veleno dell’odio nel cuore degli uomini” non rinunciando a travisamenti a sostegno della propria causa.  Sistema che, a suo e non soltanto a suo giudizio, induce a “un male peggiore della perdita di vite umane”.

Il caso ha voluto che tale sentenza sia stata ricordata nei giorni in cui si sono svolte le manifestazioni indette da chi, avendo prevalso nello scontro fratricida, ha ritenuto e ritiene di dover celebrare un evento che ha portato inevitabilmente lutti e fratture non ancora superati dal tempo. Così radio, televisioni, comizi, cortei si sono ininterrottamente succeduti quando non sovrapposti per rievocare un lacerante momento storico che può essere definito “secondo risorgimento” soltanto da chi ha idee piuttosto confuse sul primo. Pertanto, non nasce certo da una trista voglia di accrescere diffidenze e incomprensioni il suggerimento a fare di questa data un richiamo alla riflessione e al ripensamento al di là di inconsulta retorica e di inesistenti glorie: un ripensamento che dovrebbe permettere di ritrovare valori e memorie comuni. Fino a quando non si entrerà in questo ordine di idee, veramente salvifico, sarà vano coltivare illusioni su una ripresa morale e civile.

Si vuole chiudere questa nota con il ricordo di un uomo, che settantuno anni fa, è stato massacrato e sottoposto a un rito infame e orrendo, compiuto nell’esaltazione dell’odio e della ferocia. Rito voluto e celebrato da uomini che rivolgevano alla vittima, Benito Mussolini, l’accusa di essere stato un despota: proprio loro che tenevano come modello un tiranno, un criminale senza scrupoli e senza freni come Giuseppe Stalin. Mentre il pensiero si rivolge alla memoria di un uomo che fece della sua vita un atto di dedizione, si ribadisce la certezza che sarà la Storia a pronunciare il giudizio giusto e definitivo. Ha ragione Primo Siena, studioso e pensatore intrepido e saggio, a rilevare che la Storia, nei suoi più attenti cultori sta procedendo a ristabilire la verità là dove non è stata rispettata.

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