Tragici destini: l’epistolario tra Joseph Roth e Stefan Zweig

Ebrei e austriaci, l’uno e l’altro. Distanti un decennio per l’età, ma animati dalla stessa passione, la letteratura. Il minore, Joseph Roth, scrisse racconti e romanzi che ancora si pubblicano e si leggono: i giovani hanno modo di apprezzarli provando la stessa attrazione dei loro genitori e dei loro nonni per quelle pagine che non hanno perduto la originaria forza ispiratrice.

Il più adulto, Stefan, amava ripercorrere la storia, sia nei sentieri che nei vicoli, soffermandosi su quei personaggi, uomini e donne, che a suo giudizio più e meglio caratterizzarono la loro epoca, il loro ambiente, la loro casta o classe. Ed anch’egli ebbe modo di raggiungere il successo con le sue sue biografie dove ognuno poteva trovare il personaggio da prendere a modello. Narrazioni e ritratti, dunque, avvinsero  perchè avevano il potere di alimentare nel lettore la passione e l’immaginazione.

L’iniziazione alla vita sia per Joseph che per Stefan  avvenne tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento: gli anni definiti “Bella Epoca”, ma responsabili di aver aperto la strada al primo conflitto che avrebbe travolto non soltanto l’assetto vecchio e malridotto dell’Europa.

Uno dei protagonisti della tragedia fu l’Austria: si chiuse, tra le rovine di una guerra perduta, l’era asburgica. Un’era che avrebbe suscitato molta nostalgia, non soltanto nei due scrittori. Monarchisti sia Roth – “convertitosi” dopo una giovinezza sinistroide – che Zweig. Ma, mentre il primo non rinunciò in alcun momento a sperare nel ritorno dell’imperatore, l’altro, più tristemente aderente alla realtà, non scorgeva possibilità di riconquista del trono viennese.

Ed  è questa amara consapevolezza ad accompagnarlo costantemente nella sua sradicata esistenza. Non ebbero successo gli affettuosi incoraggiamenti, le esortazioni di Joseph sempre adoperatosi per indurre il fraterno collega a liberarsi dall’orizzonte chiuso e grigio che lo attanagliava. Quando erano lontani il romanziere sognatore indirizzava al biografo senza illusioni, lettere in cui la fede nella monarchia alimentava la certezza della restaurazione. Gli Asburgo ritorneranno, scriveva volendo eliminare ogni dubbio. Purtroppo, però, le sue certezze non avevano il minimo riscontro nella realtà.

Viveva di sogni Roth, ma al risveglio si ritrovava nella morsa della povertà e della fame. Ciò non succedeva a Zweig la cui agiatezza permetteva di non dover affrontare le ristrettezze che solitamente, affliggono l’esiliato. Nei viaggi cercava di sfuggire a un’angoscia che neppure la consorte, sempre a lui vicino, riusciva ad allontanare. Finchè non vide altra soluzione che la morte.

Si uccise durante un soggiorno in Brasile che aveva raggiunto dopo una visita negli Stati Uniti. La moglie lo seguì pure nell’ultima scelta. Non era più possibile vivere in un mondo devastato dalla violenza della barbarie che si manifestava nell’odio classista del comunismo, nella ferocia razzista del nazismo e nel cinismo senza anima e senza scrupoli del capitalismo predatore.

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