Sinodo: il confronto tra progressisti e custodi della dottrina

Il linguaggio lattiginoso e spesso ambiguo diffuso ad ogni livello della gerarchia ecclesiale, ha fatto dimenticare la chiarezza e il vigore del modo di esprimersi e di comunicare di quell’ampio settore del clero che fino a ieri, più e meglio avvertiva le responsabilità di una pastorale ispirata al soprannaturale, al divino e, quindi, segno distintivo della comunione cristiana. Non che mancassero – va ribadito – i retori, i verbosi scrittori e oratori che diluivano il succo del Messaggio nel dolciastro, nel lacrimoso e nel sempre meno efficace richiamo alle pene eterne. Ma rappresentavano una eccezione che veniva annullata dalla regola.

Ugualmente indisponente è quella che un tempo era definita “letteratura devota”, oggi ridotta a terra di conquista per esagitati apologeti di un Vangelo esangue, spesso intriso di ideologismi chiusi ad ogni vitale anelito spirituale. Tra coloro che più indugiano a tale linguaggio e a tale scrittura si distingue da tempo il cardinale Walter Kasper, tedesco come Lutero e, al pari di Lutero, sostenitore infervorato – non meno del suo caposcuola Karl Raner – di un revisionismo che, come dimostrò a suo tempo il cardinale Siri, colpisce al cuore la Chiesa di Pietro e Paolo riducendola inevitabilmente ad un organismo senza quegli appoggi di dottrina e di fede che hanno permesso alla cattolicità romana di affrontare nei secoli tremende tempeste e respingere innumerevoli aggressioni. 

I clerico-progressisti che costituiscono la maggioranza dell’alto e del basso clero, non diversamente (e si capisce il perché) da molti esponenti del laicismo militante, presentano Kasper come una figura carismatica: si tratta in realtà di un intellettuale rimasto affascinato da filosofi e “teologi” le cui menti hanno vagabondato tra i vicoli dello scetticismo e della negazione.

Contro i devastatori c’è un’avvertita minoranza di vescovi e di semplici sacerdoti che intendono rimanere fedeli al dettato apostolico. In questi giorni si è esposto agli attacchi, spesso violenti, di giornalisti e di prelati “allineati” alle opinioni correnti, il cardinale africano Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino. Il porporato che è discepolo di Benedetto XVI, ma è in assoluto spirito di obbedienza all’attuale pontefice, ha confermato di volersi esprimere, nel corso del dibattito sinodale, con la semplicità e la chiarezza che hanno sempre costituito la forza dell’autentico apostolato. Un rappresentante esimio e coraggioso, dunque, dell’antica comunità religiosa africana che vanta tra i suoi maestri il grande Padre della Chiesa Agostino. 

“Io – ha dichiarato il cardinale Sarah – ho sempre seguito ciò che insegna il Vangelo e continuerò su questa strada, ribadirò ciò che Cristo ha insegnato e che gli Apostoli hanno diffuso nel mondo. Questo è il nostro compito. Compito che dobbiamo lealmente assolvere anche nell’attuale importante assemblea sinodale durante la quale siamo tenuti a proporre le nostre soluzioni – le soluzioni della Chiesa, cioè – sulla crisi della famiglia e della società.” 

I cattolici, sempre più divisi attendono i risultati del Sinodo in corso: purtroppo con auspici diversi ed opposti. Spetterà al pontefice concludere i lavori e pronunciarsi secondo l’immutabile linea evangelica del “sì sì no no”.

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