Pietro Ingrao, cento anni di comunismo e… di solitudine

Il titolo non vuole essere accattivante richiamando quello di un noto romanzo giunto dall’America meridionale. È la constatazione inevitabile nel ricordare, in occasione della scomparsa, l’intensa attività politica di Pietro Ingrao, figura malinconicamente solitaria nell’ambito di un partito che, oltre ai “richiami” ed ai biasimi, non gli lesinò riconoscimenti e posti di responsabilità. 

Infatti, se fu trascurato il poeta, anche per la sua modestia, non ebbe lo stesso destino il militante, il dirigente di partito e, soprattutto, l’alto rappresente delle istituzioni: ricoprì la carica di presidente della Camera dei deputati. Dunque, per la sua oratoria e per la sua operosità ebbe modo di raccogliere applausi e consensi, ma non gli furono risparmiate le ferme riprovazioni del capo supremo, Togliatti, che solitamente non si limitava con i suoi collaboratori ai rimbrotti e alle tirate d’orecchio. Il segretario generale era un tipo alla Zdanov – come attestano le dure note su “Rinascita” – e, quindi, si comportava  severamente  dinanzi alle istanze libertarie di Ingrao, spesso incapace di celarle nei suoi scritti e discorsi.

Togliatti, al pari del suo successore Longo, non sognava la luna, ricorrente invece, nei sogni di Pietro, secondo quanto egli stesso ha confessato nell’autobiografia. Pertanto, a differenza di Ingrao, il capo delle Botteghe Oscure non poteva essere indulgente verso i ribelli anticomunisti magiari che mettevano a rischio il regime ungherese. La verità è che Ingrao, all’inizio della sommossa, si sentiva più vicino alla sensibilità del poeta romantico Petofi e dei suoi seguaci in rivolta che a quella dei laudatori delle democrazie popolari e del realismo socialista. Dovette, pur in questo caso, compiere atto di sottomissione alla volontà del vertice.

È altresì vero che fu lo stesso Togliatti ad affidargli la direzione dell’Unità ed a lasciarlo lì per dieci anni. Ma il controllo era continuo volendo essere informato, perfino, sull’impostazione delle prime pagine. Il suo desiderio era che Ingrao riuscisse a fare del quotidiano comunista il “Corriere della sera” dei lavoratori: si dovette accontentare di un giornale dignitoso anche se piuttosto incurante dell’obiettività. Da non sottovalutare, poi, le autocritiche cui era costretto il direttore nei suoi editoriali, per rabbonire il Superiore delle Botteghe Oscure.

    Anche con Berlinguer – lo documentano gli interventi alle riunioni del Comitato Centrale e ai congressi – erano evidenti le distanze sul presente e sulle prospettive. Uniti soltanto nell’austerità di vita. Improvvisamente Berlinguer morì e altrettanto imprevedibilmente cessò di esistere il partito comunista, nonostante l’opposizione di Ingrao.

    Egli, invece, sopravvisse decenni con le sue poesie e nostalgie. Se n’è andato in questi giorni nel rimpianto dei compagni. Cento anni sempre sulla stessa linea. Sia reso onore alla coerenza! Ma anche nell’errore? 

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