La Chiesa ha dimenticato Gregorio Magno?

Sono trascorsi dieci giorni dalle festa liturgica di San Gregorio Magno, Sommo Pontefice che seppe esercitare la misericordia facendola rigogliosamente fiorire sul fertile terreno della dottrina. Ma, in questi tormentati giorni per la Chiesa nessuno, dai vertici ai parroci, ha sentito il dovere e il bisogno spirituale di ricordarlo per il suo impegno apostolico e pastorale.

Gregorio Magno, infatti, sapeva come guidare il popolo cristiano non lasciandosi ammaliare dalle opinioni e dai costumi del tempo: la sua fermezza non era mai di intralcio alla fraterna solidarietà. Prima di vestire l’abito del monaco, Gregorio si era dedicato alla scienza giuridica e fu la preparazione in questo campo a permettergli di ricoprire alte cariche nella sua città, Roma. 

Dopo aver indossato il saio divenne un punto di riferimento per i suoi confratelli; la forza della sua vocazione e la sua sapienza costituirono un esempio e un modello. Gregorio fu l’iniziatore della grande cultura teologica, filosofica, letteraria e iconica custodita per secoli nei monasteri. Ma – va ancora sottolineato – questa dedizione alla vita conventuale e, più tardi, alle responsabilità derivanti dall’ascesa al soglio pontificio, non gli impedì di guardare e affrontare con sollecitudine i problemi della plebs dei. Si era formato sulla sacra scrittura e sui padri: queste letture e questi studi erano stati di grande sostegno interiore nel seguire la via tracciata dal suo maestro, Benedetto. 

Tre furono i pilastri del suo pontificato: la fede da custodire e rafforzare ogni giorno portando il Vangelo ai popoli che ancora non lo conoscevano; la speranza nel Verbo che è via, verità e vita; la carità che, come insegna San Paolo, deve essere la pratica quotidiana del credente. Alle tre virtù teologali incardinò il suo magistero. Intransigente sul piano della dottrina fu costantemente vicino al suo popolo. Sfamò nei frequenti periodi di carestia i romani sui quali, come loro vescovo, era chiamato a vegliare con particolare cura. Pertanto, il grano delle sue terre spesso serviva a Roma e a tutte le altre localita soggette alle periodiche carestie. Nutrire i corpi senza dimenticare o trascurare le anime. Nulla doveva essere detto e fatto che potesse minimamente turbare le coscienze.

Monsignore Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio – oggi uno dei pochi, pochissimi pastori che si rendono conto della grave situazione in cui versa la Chiesa – ha ricordato le parole di San Giacomo che raccomandava di non “uniformarsi alla mentalità di questo mondo”. 

L’aver dimenticato un santo e un maestro come Gregorio Magno è la dimostrazione, per usare le parole del preoccupato arcivescovo, che “oggi ci troviamo difronte ad una cristianità che ragiona secondo il mondo e non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità”. Questo significa, conclude monsignore Negri, che ci si trova dinanzi ad una profonda crisi della cristianità non soltanto italiana. Il non aver ricordato il grande pontefice di un tempo di dolore e di missioni, è la prova più triste.

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