“Sapienza Sacra ed Esperienze Estatiche”: nuovo saggio di Nuccio D’Anna

La figura del “ricercatore” nel corso dei secoli si è resa sempre più evidente in tutti i rami della scienza. Non esclusa, anzi, in maniera ancora più incisiva, in quello della scienza sacra. Questa occupa un ampio spazio cui va riservata la cura che meritano temi e problemi coinvolgenti inevitabilmente la coscienza dell’uomo.

Un terreno, dunque, che richiede pazienza, tenacia, perseveranza del tutto eccezionali per un dovere teso, se non ad accrescere la conoscenza, a rendere meno lontano quel Mistero che ogni civiltà si è proposta di svelare. Pertanto, in questo, più che in altri settori scientifici, appaiono opportune le messe a punto, le definizioni, sia pur destinate ad essere superate, dato per scontato il sorgere di contributi ancora più illuminanti.

Tale premessa è necessaria accingendosi a recensire il libro “Sapienza sacra ed esperienze estatiche” in cui l’autore, Nuccio D’Anna, raccoglie i frutti delle sue indagini e delle sue riflessioni su un’epoca animata dalle figure mitiche della Grecia arcaica che superano gli angusti giudizi e rigori della storia.

Codesto contributo, va sottolineato, giunge quando si è ancora immersi nell’aura biblica ricreata dallo stesso autore in “Melkitsedek”, personaggio che ha fatto tremare le vene ed i polsi ai non molti studiosi che hanno avuto la temerarietà di affrontarlo. Opera che, a sua volta, era stata preceduta da una densa rievocazione de “Il cristianesimo celtico”, momento centrale nella storia religiosa dell’Occidente con i suoi mistici, abati e vescovi.

Il libro qui presentato, invece, costituisce un ulteriore pellegrinaggio intellettuale e spirituale nella Grecia preclassica offrendo una puntuale ed aggiornata documentazione riguardo a un passato del quale molto si è scoperto, ma sul quale ancora molto si deve riflettere. Quello di D’Anna, perciò, non è soltanto un apporto scientifico, ma pure un invito, una esortazione a meditare su un’epoca della quale si nega significato e validità da parte della cultura in cattedra tendente al sistematico abbandono dei cardini tradizionali per favorire il nomadismo morale che rende succubi di ogni impostura ideologica.

Il cammino compiuto con le sue ricognizioni e ricomposizioni dimostra come l’autore abbia fatto tesoro del lavoro di scavo e di ripulitura di chi lo ha preceduto, ma anche di quanto si sia spinto avanti ampliando, approfondendo e illuminando maggiormente questo settore scientifico che certo non gratifica o gratifica molto meno degli altri i finti scopritori e gli ancor più perniciosi seguaci delle correnti mode intellettuali indirizzate a strumentalizzare il pensiero e i costumi antichi per tentare di legittimare le loro teorie.

Al contrario, il libro in questione induce alla lettura chi non si prefigge soltanto di arricchire il proprio bagaglio culturale, ma si propone di raggiungere, attraverso guide sicure, una sempre più vigile visione interiore.
Pregio di queste pagine, pertanto, è il consistente aiuto a chi si vuole liberare dalle storture e le chiusure dell’oggi per rivivere una spiritualità negletta, ma non perduta: la spiritualità di quei cantori ispirati, quegli aedi sacri che hanno reso radiosa l’Aurora della Grecia. Giusto, perchè rispettoso del testo, il sottotitolo del libro.

Per Omero ed Esiodo la poesia è il celeste dono delle Muse che – è il convincimento dei cantori arcani – operano “affinchè l’aedo non si arresti ad una semplice e in sè cristallizzata contemplazione di un passato irripetibile, ma agisca in modo da provocare le condizioni spirituali che danno vita al canto e ne suscitano le energie creative iniziali.” Nel continuare a seguire la linea sacra fissata nel libro, si incontrano, affiancati agli aedi, i guaritori ed i medici dei primordi degni della stessa illuminante rievocazione dei maghi e dei fabbri come degli eroi e dei guerrieri.

Sui primi, guaritori e medici, non è facile ristabilire la verità sconvolta e oscurata dalla “riforma laicizzante di Ippocrate”, riuscita a calare il buio sulla “dimensione spirituale che va molto oltre i culti della Grecia olimpica e riconduce all’antichissimo sostrato religioso che ha sostanziato il mondo Egeo-minoico.” È da qui la nascita di scuole i cui membri svolsero ruoli che assicurarono assistenza e guarigione prima che la ciarlataneria si imponesse sugli autentici poteri del guaritore arcaico e giustificassero gli attacchi del “padre della medicina” Ippocrate e l’ironia di Eraclito, il pensatore aristocratico non disposto alla clemenza verso i promotori dello scadimento morale e spirituale.

Del resto, non era il solo: Platone non si espresse in modo meno severo dato che si doveva prendere atto di un depauperamento chiuso alle intuizioni e alle ispirazioni che legittimavano il riconoscimento del potere terapeutico, proprio del guaritore e del medico arcaico, di liberare il corpo da guasti e scompensi.

L’autore si sofferma opportunamente sulla scuola di Velia di cui parlarono il metastorico Plutarco, il poeta Orazio nonché il filosofo stoico e giurista Cicerone: una scuola sostenuta oltre che da un’organizzazione anche da una gerarchia con maestri rimasti nella memoria per i propri efficaci insegnamenti. Non certo per turismo, infatti, accorrevano a Velia moltitudini tali da reggere il confronto con quelle che si recano al santuario di Lourdes. È richiamato in questo capitolo dedicato a guaritori e medici il leggendario Melampo, il veggente, rievocato anche da Erodoto, che “partecipava della dimensione celeste” ed era provvisto di una alta sapienza tecnico-pratica da consentirgli le straordinarie doti mediche di cui parla la tradizione.

Identico stato di sacralità era riservato ai maghi ed ai fabbri dei quali è puntualizzata la funzione sociale e spirituale nell’era arcaica, estendendo le ricerche e permettendo così al lettore profano di entrare nel vivo di una questione, non secondaria, riguardante il mondo superiore nell’immaginazione preistorica e preolimpica.

E, nel descrivere convinzioni e riti, lo scrittore non rifugge dal compito di sottolineare particolari trascurati o non sufficientemente spiegati da precedenti ricercatori. Un lavoro che apre a notevoli accessi conoscitivi: è chiaro che nel caso dei maghi e dei fabbri “non si tratta di una proporzionata proiezione sociale degli artigiani e dei fabbri, ma di una condizione culturale nella quale questi demiurgoi dotati di polymétis, in virtù della loro maestria tecnico-magica assurgono ad un rango e ad un prestigio pari addirittura a quello dei loro sovrani.”

Vale sottolineare – trattandosi di un capitolo nel quale si individuavano le origini di livello superiore della metallurgia – il riferimento alle primordiali forme di conio sacro condannate a sparire nel processo di laicizzazione che ha ridotto e immiserito la moneta a mezzo di scambi commerciali annientandone la portata religiosa e negandone il genuino carattere rituale.

Quanto scritto in proposito assolve una indubbia funzione propedeutica arricchita da ulteriori scavi, ricerche e valutazioni in un nuovo libro che permetterà allo studioso di svolgere esaurientemente il tema su un fattore tanto importante nell’organizzazione sociale.

Nel proseguire la lettura del presente volume, si avrà ancora molto da imparare e chiarire sull’aurora della Grecia attraverso la seducente visione proposta da Nuccio D’Anna la cui acribia lo esorta ad indugiare su ogni esperienza estatica di un’era che non può essere avvilita e immiserita dalle depressive leggi del razionalismo storiografico. Le esperienze degli Eroi e dei Guerrieri determinano un campo sacro che non permette azzardi sconsiderati e si lascia attraversare da chi ha i requisiti di interiore integrità indispensabili per evitare passi falsi.

Sicuramente dai Kouretes – divinizzate creature insuperabili nel combattimento e inimitabili nella danza intesa come rito – che ebbero in affidamento il piccolo Zeus per proteggerlo da Kronos la cui sovrannaturale sovranità era ormai destinata all’estinzione.

In questo lavoro sistematico e capillare non poteva essere assente la memoria delle grandi figure che hanno caratterizzato tale confraternita: da Tirteo con i suoi “canti di marcia” a Teseo che prevale sugli ostacoli e gli inganni del labirinto grazie al superiore senso di orientamento ricevuto da Afrodite, la Purissima, riflesso celeste di Arianna. E, ancora, Achille e Patroclo, spiritualmente trasfigurato nei rituali funebri qui spiegati con la chiarezza e la profondità essenziali per introdursi nella “particolare ambientazione sacra che arriva a coniugare sapientemente iniziazioni guerriere, arte della guarigione e forme estatiche”. Qualità proprie di Chirone – esaltato dal più volte citato Omero come “il più saggio dei Centauri” – e di tutte quelle figure selvagge e potenti raffrontate da D’Anna, più che ai mitici guerrieri greci, ai Gandharva della mitologia indù e ai Gigantes preolimpici, esperti nella magia.

Il quadro, illustrativo della sapienza greca e delle esperienze sacre che ad essa si collegano, si chiude con le ricerche sulle consorterie dei “guerrieri selvaggi” e della caccia rituale: pagine, certo, che non concedono indulgenze ad astrazioni ed evasioni e che donano alla mente e allo spirito un diletto non raggiungibile con le tante costruzioni e rievocazioni di chi si sottomette alle ideologie e alla sfrenata fantasia non potendosi avvalere né della scienza sacra né di una edificante immaginazione.

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