La ferita aperta armena e la costante provocazione turca

Nei millenni la storia non sempre è riuscita a registrare la sofferenza, l’agonia, l’eliminazione e la scomparsa di interi popoli dei quali spesso non ci si è neppure accorti della lunga scia di sangue che lasciavano nel loro calvario. Purtroppo, di molti si è perduto il ricordo; si ignorano le vicende che hanno condotto allo sterminio di genti che avevano il solo torto di occupare luoghi desiderati da creature simili a loro, ma spinte dall’istinto di sopraffazione e di possesso. Un istinto che sembra avere accompagnato ogni generazione, le tante generazioni che si sono succedute dal primo uomo. Ancora oggi si assiste impotenti o, peggio, indifferenti alle stragi, agli eccidi, alla sparizione di comunità strappate dalle loro terre e private della stessa vita da individui con sembianze umane arrogatisi il diritto di vita e di morte. 

È ciò che si è verificato nel secolo scorso quando la religione e soprattutto la razza si sono ancor più accanite nelle nefaste operazioni discriminatorie ed eliminatrici. Il Novecento, secolo delle tirannidi comunista e nazista, è iniziato con la furia del nazionalismo ottomano scatenatasi sul popolo armeno. È stato il primo genocidio del secolo sul quale poco si è detto ed ancor meno si è fatto tanto da permettere alla Turchia di insistere nella negazione del proprio aberrante comportamento. Così la nazione che ha il privilegio di aver edificato il primo Stato cristiano, dopo un secolo esatto, si trova ancora a dover fronteggiare alla iattanza dei suoi vicini, nostalgici dell’impero di Maometto II. 

In proposito va sottolineato quanto ha scritto Franca Giansoldati nel suo recente “La marcia senza ritorno”. Il genocidio armeno – si legge in questo libro da non trascurare – “ha segnato la storia del Novecento e si può considerare un capitolo ancora incompleto. Come se fosse rimasto sospeso il suo epilogo storico, come se per certi versi fosse ancora da elaborare e da inserire nella memoria collettiva della cultura europea. Persino nei libri di storia persiste un vuoto, uno spazio mancante che necessita di adeguate risposte. Eppure stiamo parlando della immane tragedia di un intero popolo, considerata il primo genocidio del Novecento”.

In questi mesi, giova ricordare, l’Armenia celebra i venticinque anni dalla fine del giogo sovietico e i cento anni dal genocidio. Come credenti e patrioti siamo uniti ad un popolo fiero del suo passato.

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