Fanatismi di segno opposto, ma ugualmente pericolosi

È una costante della propaganda politica: la democrazia, secondo quanto è stato sempre detto e scritto, salva l’uomo dagli eccessi, da soluzioni estreme e controproducenti, da discriminazioni e chiusure, da radicalizzazioni e settarismi. Insomma, da tutto ciò che porta ad eludere ed escludere, che può disturbare il sereno andamento della società. Nella realtà, però, è il contrario a prevalere. E quel che è avvenuto negli ultimi mesi lo conferma.

L’anno era iniziato da qualche giorno quando a Parigi il terrorismo islamista provocava l’ennesima strage. La reazione è stata comprensibilmente immediata. Ma avrebbe dovuto essere a misura della ragione. Le vittime della sanguinosa aggressione jihadista erano conosciute come brillanti vignettisti e giornalisti specializzati nella satira, nel disegno e nella letteratura cosiddetta umoristica. Erano redattori di un noto settimanale francese, “Charlie Hebdo”, ovviamente “democratico”.

Purtroppo, si deve riconoscere che, per il modo indiscutibilmente oltraggioso in cui era espresso, il loro concetto di libertà d’espressione è venuto a confliggere con l’altrui diritto alla tutela delle proprie scelte morali e ideali, della stessa professione di fede.

La libertà – è superfluo sottolinearlo – presuppone educazione civica e conseguentemente rispetto del prossimo. In particolare, ma non solo, per i membri della propria comunità. Al contrario le vittime dell’azione criminale ritenevano di essere autorizzati nella loro professione a deridere e, quindi, a offendere chi ha scelto un altro modo di pensare e di vivere. Naturalmente, vale insistere, prendere atto della verità non comporta la minima giustificazione della violenza che si spinge, come in questo caso, alla eliminazione fisica dell’avversario. 

L’infame vendetta ha portato alla condanna dei suoi autori, a ribadire l’ostracismo ad ogni gesto che offenda il senso di umanità indicato come fondamento di una convivenza solidale. Ma non può spingere, come invece è avvenuto, a sentirsi in consonanza con coloro che ritengono lecito negare agli altri quella “diversità” in difesa della quale oggi si convocano assemblee e si riempiono piazze. È, quindi, giusto piangere Charlie, ma non sentirsi Charlie almeno che non si voglia negare il principio della serena convivenza.

Un’altra vicenda, sconcertante anche se di segno opposto, si è appresa dai giornali. I componenti della fin troppo famosa Orchestra sinfonica di Berlino hanno il privilegio di scegliere il direttore quando scade il contratto con il precedente. Scelta squisitamente “democratica” che si deve basare sulla presenza dei requisiti essenziali per valutare il musicista destinato a guidare altri centoventiquattro musicisti. Ma i signori professori dell’ultralodata orchestra, non si sono tanto applicati ad esaminare le doti indispensabili a svolgere un lavoro tanto delicato, quanto a informarsi sulle sue propensioni ideologiche e politiche. 

Ne consegue, sempre attenendosi a quanto si è potuto apprendere dalla stampa, che un direttore della valentia artistica di Christian Thielmann è stato oggetto di riserve per certe sue prese di posizione giudicate troppo “conservatrici” e troppo critiche nei riguardi dell’islam. 

Si badi: le obiezioni non hanno riguardato le sue preferenze in fatto di compositori, il suo modo di rapportarsi all’orchestra, ma le sue opinioni non troppo condiscendenti nei riguardi di una religione e dei suoi seguaci. Sempre che non giungano smentite, ci si trova dinanzi, perciò, ad un errore di giudizio e di comportamento non meno deprecabile di quello commesso dai giornalisti parigini uccisi dai fanatici jihaidisti. 

I professionisti del “dialogo” potrebbero esultare se leggessero questa nota. Ma sbaglierebbero. Perchè non è, va ripetuto, il “volemose bene” che è richiesto dall’attuale situazione. Il dialogo, oggi proposto, emana uno sgradevole odore di compromesso, magari mimetizzato da una retorica sulle “religioni del Libro” misericordiosamente spogliate delle loro connotazioni.

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