Per i cento anni di Pietro Ingrao

Certo, non è stato come Ferruccio, il diligente operatore ecologico (per il volgo, scopino) che si vantava di essere comunista e di credere in Di Vittorio, l’eroe dei dimenticati, ma che nella non lunga esistenza non si è permesso di odiare nessuno. Era comunista senza aver letto il Manifesto di Marx e senza neppure sapere che fosse stato scritto, ma perché nella sua ingenuità primordiale, era convinto che soltanto il comunismo gli avrebbe finalmente assicurato la dignità.

Nella cellula comunista di Trastevere aveva sentito parlare di Stalin e di Togliatti, ma tutto qui. Niente sapeva di loro non leggendo libri e giornali, nemmeno il quotidiano del partito. “In Russia sono tutti felici”, ripeteva. Glielo aveva detto Lello, “er fruttarolo de’ vicolo der Cinque, ‘na brava persona” che c’era stato in occasione di un viaggio organizzato dal partito per premiare i più attivi. E ciò gli bastava per rinnovare la tessera e porre la crocetta sulla scheda elettorale.

Non così Pietro Ingrao. Di buona famiglia borghese, studente serio e poi cultore di letteratura e arte, specialmente la decima, il cinema. Poi la lunga milizia politica. Una vita appassionata, sofferta e una scelta che non ha rinnegato. Pietro conosceva bene Lenin, Stalin e, soprattutto, non aveva trascurato le opere e l’azione di colui che riteneva aver dato un crisma scientifico al socialismo, Marx.

E sulle pagine del teorico e agitatore di Treviri poggiava il suo odio ideologico che lo ha spinto a non venir meno alla disciplina di partito neanche quando questa gli tappava la bocca e metteva sotto processo chi condivideva le sue opinioni, ma aveva il torto di manifestarle. Una assoluta ubbidienza che faceva da contraltare al rifiuto di “un mondo che impedisce alle masse di avanzare”.

Poi giunse il crollo. Si rinunciò a tutto, tranne all’odio che sopravvisse e sopravvive. Tuttavia, Pietro Ingrao rimase se stesso: non basta la caduta di un muro per abbandonare le ragioni di una vita. Si ritirò tornando al grande amore della giovinezza: la poesia che scioglie l’odio provocato da una ideologia mistificante e, nel calore del sentimento familiare mai sopito, permette a cento anni di attendere serenamente l’incontro finale.

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