La grande finanza, nemica dei ribelli di Hong Kong

Oggi fare previsioni nella cronaca politica non è difficile; non è necessario scomodare gli indovini. E il caso di Hong Kong lo conferma.

Tutti hanno seguito le vicende legate alla rivolta dei giovani – studenti, operai, impiegati – della città cinese che nel 1997 passò dall’amministrazione coloniale inglese al governo comunista di Pekino. Molti si sono appassionati al tentativo di difendere quel minimo spazio di libertà rimasto che oggi gli emuli di Mao vogliono eliminare.

L’amarezza attuale non è dovuta alla sorpresa perchè, purtroppo, si immaginava quale sarebbe stata la fine: non diversamente da come si conclusero, oltre mezzo secolo fa, le sommosse dei lavoratori di Berlino contro l’economia di fame della repubblica democratica tedesca e dei patrioti ungheresi assetati di libertà. In questi casi a soffocare l’anelito ad una vita serena e dignitosa furono i governi vassalli della Germania est e dell’Ungheria.

Adesso, invece, la violenza contro la gioventù è stata propiziata da una coalizione che può sorprendere soltanto chi ha dimenticato o non conosce certi angoli oscuri della storia dell’ultimo secolo: una storia che ha veduto costantemente l’oligarchia finanziaria intervenire in appoggio dei partiti e dei governi comunisti in difficoltà. E Hong Kong non ha fatto eccezione a tale regola.

Va ricordato, infatti, che il primo attacco ai ribelli della capitale orientale degli affari non è stato compiuto dai poliziotti, ma dalle bande criminali organizzate per punire coloro che con le proprie gesta avevano impedito lo svolgimento delle quotidiane operazioni di Borsa. Soltanto in un secondo tempo si è avvertita la mano sempre più pesante della polizia che non ha dovuto faticare troppo ad avere ragione su giovani non certo addestrati alla guerriglia urbana.

E, se si partirà dall’inizio della storia che registra il manifestarsi della malefica intesa fra plutocrazia e comunismo, si noterà che il primo ad approfittare della a lui favorevole situazione fu lo stesso Lenin che – il fatto è stato raccontato spesso – con i soldi e la protezione del governo del Kaiser, sostenuto da banchieri e industriali, ebbe la possibilità di lasciare la Svizzera e tornare in Russia dove organizzò la sollevazione che travolse l’impero zarista.

Dopo Lenin, fu la volta di Stalin che trovò ascolto presso petrolieri e banchieri americani quando chiese i mezzi per superare le sue non poche e non lievi difficoltà economiche. Pertanto, dall’inizio di questa storia che va dal treno blindato di Lenin ai settantacinque giorni della battaglia di Hong Kong per la libertà contro il fronte plutocratico-maoista c’è un filo tenuto teso da chi trae sostanziosi vantaggi da tale scellerata alleanza.

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