Quei simboli e miti da accantonare

Se non altro un merito rimarrà a Matteo Renzi: aver disintegrato il mito; aver gettato tra la mondezza della storia il simbolo di una Emilia-Romagna pecorilmente “rossa”; di una regione “ubbidiente” al partito di Togliatti e della sua grigia burocrazia. L’ubbidienza senza riserve sembra scomparsa e a chi ci si era abituato e attenuto non rimane altro che il rimpianto.

Al momento, può sorprendere che a rimpiangere un p.c.i. non più egemone e ormai defunto non siano gli operai e i contadini delle città e campagne della regione “rossa” – più “rossa” di Mosca, come disse una volta, soddisfatto, Giancarlo Pajetta – e neppure gli intellettuali borghesi tipo Alberto Moravia cha hanno sempre esibito il loro progressismo filosovietico.

Ma la sorpresa dura poco perchè ad emozionarsi per i risultati delle elezioni nella regione dello stalinista Dozza, sono stati quei giornalisti specializzati nella “critica del costume”, presenti in ogni redazione. Costoro godono di molto credito presso editori e direttori per la loro indiscussa abilità nel compilare pezzi in cui politica addomesticata, filosofia spicciola e letteratura da rubrica culturale si congiungono nel segno di una imparziale e soddisfacente mediocrità.

Stavolta, appunto, il tema è stato l’Emilia-Romagna con le sue Feste dell’Unità gremite di gente esultante fra bandiere, canti, tortellini e salumi vari. Dov’è – si chiedono i custodi del moralismo sociale – la Bologna che conoscevamo e frequentavamo con le sue amministrazioni a unico senso ideologico; con le sue parate antifasciste nel segno di “oggi è sempre resistenza” e sublimate da cori e toni quasi religiosi; con l’Università sempre in ebollizione per gli scontri e risse tra gruppi e gruppetti che si contendevano il primato nella fedeltà al marxismo ortodosso? E, incapaci di fermare le lacrime della nostalgia – notoriamente le più struggenti -rievocano i decenni infuocati di un partito comunista i cui simboli e miti avevano suscitato entusiasmo, ma provocato anche molto dolore e morte, perfino all’indomani della guerra civile. Miti e simboli che sarebbe saggio accantonare per sempre.

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