A Sinodo concluso

“La Chiesa è comunione”. È piacevole sentire da un porporato tale definizione della Sposa di Cristo in contrasto con la cronaca del confronto (scontro?) fra le due fazioni manifestatesi in tutta evidenza nel dibattito sinodale. In questa occasione è apparso chiaro l’intento del partito clericale di spegnere quel che resta dello spirito ecclesiale. Ancora più sorprendenti, inoltre, sono state talune affermazioni contenute nel discorso conclusivo del papa.

Hanno provocato, infatti, triste impressione le parole pronunciate da Bergoglio nei confronti di quei cattolici che non nascondono la loro contrarietà a quanto asserito da vescovi come il tedesco Marx (ogni nome è un destino!) che con le loro idee ed il loro linguaggio si pongono in prima fila nelle operazione di “ridimensionamento” dottrinale e di adeguamento morale ai tempi. Operazione che non è iniziata oggi, ma che oggi ha assunto una maggiore accelerazione.

Di fronte alla realtà di una divisione e di una contrapposizione così ostentate da non pochi prelati, ci si aspettava dal pontefice una posizione netta e severa. Invece, si è assistito ad un impensabile processo celebrato dalla suprema cattedra non ai guastatori, ma a quelli che con sempre maggiore difficoltà tentano di frenare l’azione dissolvitrice.

Pertanto sono finiti sul banco degli imputati i fedeli che senza iattanza, ma pure senza esitazione vogliono mantenere gli impegni assunti con il Battesimo e la Cresima. Così ad essere sottoposti a giudizio sono stati “gli zelanti, gli scrupolosi, i premurosi…”. E il tono usato nel pronunciare l’accusa è stato talmente acre da colpire la sensibilità del devoto. È apparso inconcepibile veder presentare come colpa ciò che, invece, avrebbe dovuto essere motivo di conforto per chi guida la Chiesa nel momento attuale.

Dinanzi al prevalere di tanta negligenza e dissipatezza, è indubbiamente rassicurante constatare, nonostante tutto, l’esistenza di anime che praticano con zelo la propria fede, si adoperano con scrupolo a mantenersi sulla linea pastorale loro indicata e pertanto si mostrano premurosi verso quei fratelli in difficoltà nel mantenersi sulla strada giusta. Non c’è in questo modo di comportarsi del credente niente che giustifichi l’ironia tantomeno la deplorazione.

A questo punto, per riferirsi sempre al discorso in questione, la speranza più viva è che Dio ci voglia veramente sorprendere al più presto aprendo gli occhi spirituali ai pastori facendo loro distinguere i convinti seguaci del Vangelo dai fanatici zeloti del progressismo.

 

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