Sul Sinodo

Il Sinodo dei Vescovi prosegue in una vacuità, in una oratorialità talmente inconcludente da giustificare l’indifferenza della “opinione pubblica” e il disappunto dei fedeli, almeno di quelli che non hanno perduto il sentimento ecclesiale.

Questi fedeli, questi credenti mai hanno sentito la necessità o hanno avuto l’occasione di aprire un testo di teologia morale. E non c’è da dispiacersene. Senza essere a conoscenza delle disquisizioni su temi morali, spesso degenerate in moralismo, come seguaci del Vangelo, i cristiani coerenti sanno ciò che è bene e ciò che non lo è. Sanno, per venire al tema del Sinodo, che non ci si può avvicinare a un sacramento se ci si è comportati in modo scorretto verso un altro. E lo sanno non per via normativa, ma perchè è la coscienza a orientarli nel verso giusto. Tale considerazione non significa che le regole non siano opportune, ma soltanto che esse non sono di alcun aiuto quando è la fede ad affievolirsi sino a scomparire in molte coscienze.
Cambiare o eliminare le regole, pertanto, non ha alcuna importanza per chi ha perduto l’istanza interiore che spinge a tenere in considerazione le regole stesse.

Ignorare, insistere nel voler nascondere questo dato è la grave responsabilità dei pastori di anime. Il compito di chi è stato chiamato a guidare i credenti e ad avvicinare chi credente non è o, peggio, non lo è più è ritrovare la via che è anche verità e vita. Cioè, Cristo. Chi ritiene che il devozionismo, il sensazionalismo umanitario, le divagazioni ecumenistiche siano sufficienti a ridare impulso alla fede, commette un peccato che soltanto la bontà divina può perdonare.

In questo caso chi sbaglia è perchè non crede più e ormai ha dimenticato che, prima delle regole, c’è lo Spirito Santo. Questi non abbandona chi gli si rivolge e gli chiede di aiutarlo a non interrompere il colloquio con il Padre e con il Figlio.

Non c’è, infatti, soltanto l’Eucarestia a stabilire ed a mantenere il rapporto di adorazione e di amore con Cristo e con la Trinità. C’è la comunione spirituale cui esortavano i sacerdoti di un tempo e di cui beneficiavano tutti coloro che non potevano godere dell’Ostia consacrata. Nel corso dei secoli da questa grazia hanno ricevuto vigore e slancio spirituali i credenti che volevano andare non contro, ma oltre le regole: da rispettare sempre e non modificare quando non si ha più il coraggio di affrontare le difficoltà del secolo.

Dunque, si torni a cantare il “Veni Creator” e si chiuda subito il Sinodo per ritornare nelle proprie diocesi e ricordare a tutti che non è la difficoltà o l’impossibilità di seguire la regola ad allontanare da Cristo, ma la perdita della fiducia nella sua parola.

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