I ministri francesi: una casta “democratica e progressista”

I giornali che, contrariamente alla comune opinione, non sono custodi della memoria, non hanno nascosto la meraviglia – un’accigliata meraviglia – per le sprezzanti espressioni rivolte da alcuni rappresentanti dei vertici istituzionali francesi ai loro concittadini costretti ad una vita precaria.

È stato per primo, addirittura, il presidente della repubblica François Hollande a usare per i meno abbienti del suo paese l’epiteto di “sdentati”, parola che potrebbe uscire soltanto dalla bocca del più abbietto degli usurai nei confronti dei propri malcapitati clienti.

La stessa mancanza di senso di solidarietà, la stessa chiusura a comprendere e a soccorrere, come sarebbe suo imprenscindibile dovere, ha mostrato il neo ministro dell’economia d’Oltralpe, Emmanuel Macron, un ancor giovane rampollo dell’alta borghesia che, prima di scendere nel campo politico, si è fatto le ossa come banchiere – un mestiere di non scarso rendimento – in stretta intesa con Rotchschild, persona divenuta famosa non certo come dirigente sindacale. Anche il simpatico e spigliato Emmanuel non è andato leggero: parlando di un gruppo di donne rimaste disoccupate dopo la chiusura del mattatoio dove lavoravano, non ha trovato di meglio che definirle “analfabete”.

Particolare non trascurabile: sia Hollande che Macron sono personalità di quella “gauche” che, almeno nei comizi, ha sempre vantato nella versione socialista la natura operaia e la vocazione operaista.

Tuttavia, questo linguaggio non dovrebbe sorprendere coloro che, come i giornalisti, sono al corrente dell’abituale curriculum degli uomini politici francesi – tutti, dalla sinistra radicale alla destra di Le Pen – usciti da quella scuola di studi politici ed economici creata a suo tempo da De Gaulle per assicurare una successione alla oligarchia cui aveva affidato la sua repubblica. E in realtà questa scuola consisteva e consiste in una iniziazione al carrierismo senza eccessivi scrupoli morali. E la storia delle varie repubbliche francesi succedutesi nell’Otto e Novecento lo conferma non permettendo dubbi e obiezioni.

Non resta che prendere atto del carattere non casuale di certo linguaggio. Perché, come osservò una volta il non dimenticato Guareschi, scrittore spocchiosamente trascurato dagli odierni letterati, le caste esistono ancora in Occidente. Soltanto il nome è diverso: si chiamano partiti.

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