La via della conoscenza: Ipazia, un mito non tramontato

Si deve a Socrate Scolastico la testimonianza sul permanente clima teso e rissoso per il fronteggiarsi ad Alessandra, nei primi secoli dopo Cristo, delle fazioni politiche e dei gruppi religiosi.

Lo storico ha lasciato in proposito pagine in cui sono ricordati motivi e protagonisti dei sanguinosi conflitti cittadini ai quali spesso partecipavano come attori in prima linea cristiani animati, ahimè!, da spirito ben poco evangelico soprattutto nei riguardi degli ebrei che, dal canto loro, non si mostravano inclini ad offrire l’altra guancia.

In questo quadro storico va inserita e giudicata la tragica vicenda che si concluse con il martirio della filosofa e scienziata Ipazia. Negli ultimi decenni si è parlato e anche scritto molto – non sempre a proposito e nel rispetto della verità – di questa fascinosa e quasi mitica signora dedita alla meditazione, all’osservazione ed alla ricerca. Fu il patriarca Fozio a riconoscere, tra i primi, alla figlia del maestro Tione una primazia nelle scienze matematiche oltre che nella filosofia in cui privilegiava le
teorie platoniche.

Sulla sua personalità e sul suo magistero è tornata ad indagare Gemma
Beretta che con il saggio “Ipazia di Alessandra” si è prefissa di avvicinare il
lettore alla verità sul turpe episodio delittuoso che vide il triste confronto in ambito ecclesiale tra cristiani autentici che riprovarono severamente l’assassinio di Ipazia ed i presunti monaci – in realtà vagabondi e malavitosi dediti a ruberie e violenze – che aggredirono la poverina in nome di una fede non posseduta e offesa nonché negata con quell’atto ignobile.

Le accuse mosse al vescovo di Alessandria, Cirillo, di essere il mandante del delitto sono frutto di “ricostruzioni” tendenziose. Il fatto che il pastore e teologo Cirillo eccedesse nell’oratoria per infervorare i suoi ascoltatori non giustifica la menzogna con la quale si imputa al capo della chiesa alessandrina di avere istigato i forsennati al linciaggio. L’assassinio della nobildonna fu soltanto il segno di un fanatismo sanguinario e fuori controllo.

Lo stesso fanatismo – a ben riflettere – che in questi tempi è stato alimentato in campo cattolico negli e dagli ormai predominanti settori progressistici del clero e del laicato che, in modo più perfido di quello del passato, non punta a colpire il fisico, ma l’anima. Bersaglio sono i teologi ed i credenti non disponibili ad adattare l’Annuncio e la dottrina al pensiero corrente. Un sovvertimento che tocca le stesse fondamenta e conduce ben lontano dalla Santa Sofia della scuola alessandrina di Clemente e Origene.

Uno sconvolgimento nelle coscienze e nelle istituzioni che provoca non lieve sofferenza in chi non si lascia paralizzare da vani formalismi, ma vuole vigilare per impedire che si colpisca il cuore stesso del simbolo apostolico.

Molto spesso – osservava Goethe, non a torto – la maggioranza è composta da opportunisti che si arrangiano, da deboli che si lasciano assimilare e dalla massa che rotola senza sapere minimamente che vuole. Gli opportunisti, i deboli e i distratti non mancavano ieri ad Alessandria quando fu tolta dalla circolazione la fastidiosa Ipazia e sicuramente saranno stati in molti a quel tempo ad acclamare nelle chiese i discorsi sulla misericordia: una virtù che forse la contemplativa Ipazia avrà avvertito più di quei suoi contemporanei cristiani pronti ad applaudire Cirillo, ma indifferenti allo strazio di una donna non battezzata, ma cristiana nel sacrificio di se stessa.

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