Romana Fraternitas: G. G. Belli e il “Commedione”

Era un uomo triste Giuseppe Gioachino Belli. È comprensibile nella tetra Roma di nobili degeneri, di miseri in esposizione ad ogni angolo, di prelati scettici e mondani, di preti alla ricerca di una vita comoda, di frati erotici quando non eretici senza escludere la coesistenza dell’una e dell’altra deviazione. Si aggiunga – come ricorda nel suo profilo del Belli, riproposto oggi da Castelvecchi, il poeta e appassionato studioso di romanistica Mario dell’Arco, pseudonimo dell’architetto Mario Fagiolo – un’esistenza iniziata male e non migliorata con il passare degli anni.

I genitori muoiono molto presto lasciandolo, con il fratello e la sorella in balia di parenti tutt’altro che lieti di doverli ospitare. Nè il matrimonio gli procura maggiore serenità. La signora Mariuccia è una buona e brava moglie che, però, lo abbandona presto: il Signore la destina ad un luogo presumibilmente migliore.

Anche il figlio Ciro non soddisfa le sue aspettative. Tanto meno le donne dalla cui amicizia spera di ottenere un minimo di sollievo. Purtroppo ciò che lo circonda non permette a Gioachino di uscire dal suo cupo stato d’animo che non riesce a nascondere. Un solo spiraglio, la poesia che gli nasce dentro e gli procura un intenso piacere soprattutto quando può farla conoscere ai suoi amici.

In questi momenti – racconta Domenico Gnoli – “diveniva burlone, un canzonatore vivace, da tenere tutti sospesi alla sua bocca. Se egli prendeva a contraffare qualcheduno, sapeva coglierne la voce, i gesti, le parole come il più abile caratterista…” Non diverso è il giudizio di Francesco Spada che dell’amico sottolinea la seduzione esercitata sulle signore con il suo modo di recitare.

Con l’uso geniale del dialetto Belli si conquista nella storia della letteratura italiana un posto da cui nessuno potrà scalzarlo. L’autore de “Er Commedione” acquisisce il diritto e il privilegio di essere a fianco dei grandi poeti del proprio paese, l’Italia. Con i suoi versi Belli pone il dialetto romanesco sullo stesso piano della lingua nazionale. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se molti cultori della poesia lo pongono vicino al sommo Dante.

Cattolico come lui e come lui sensatamente anticuriale, ma non volgarmente anticlericale. La sua fede non gli impedisce di accettare il delicato ruolo di presidente della commissione di vigilanza sugli spettacoli teatrali. Sono la dignità e l’onore di Roma a stargli soprattutto a cuore inducendolo a svolgere scrupolosamente il compito di tutela.

Per Gioachino Roma è la patria di ogni uomo di elevati ideali, pensieri e sentimenti. Non è vero che sia indifferente alle istanze “risorgimentali”. Al contrario, saggiamente concepisce l’unità nazionale come irradiazione dello Stato Romano: non espressione del potere temporale bensì ritrovata fusione delle genti che popolano la Penisola, dalle Alpi a tutto il territorio sino a comprendere le isole che gli fanno corona.

Del resto, è questa l’Italia che scalda il cuore e tiene agile e vigile la mente di coloro che, uniti attraverso i secoli nella Romana Fraternitas, custodiscono il patrimonio di civiltà; è questa l’Italia degli uomini e delle donne che, non soggetti a un mondo sfiduciato e smarrito, restano svegli la notte dell’abiura in attesa di godere dei colori di un’alba rigeneratrice.

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