Visentini e Spadolini, politici esemplari?

Un tempo i giornali, quando giungeva la stagione estiva, in assenza di notizie “fresche”, per evitare di lasciare spazi vuoti nelle pagine, ricorrevano alle commemorazioni, al ricordo di eventi e di personaggi importanti.

Adesso, ci si contenta della più trita nostalgia e capita di assistere al tentativo di riportare alla mente del lettore persone che occuparono la scena politica in fasi di grigiore e di inerzia cinica e morale. Si è giunti, pertanto, a riproporre protagonisti di tempi infausti dei quali, fermo il rispetto dovuto ad ognuno, niente c’è di rilevante da giustificare l’interesse postumo.

Così è successo per Bruno Visentini in occasione del centenario della nascita. Senza voler mettere in dubbio le qualità umane c’è da dire che nulla fece durante la “prima repubblica” di positivo da motivare la riproposta della sua figura. Fu indubbiamente un uomo che seppe imporsi: dopo essere stato tra i fondatori del partito d’azione entrò, alla scomparsa di questa formazione politica, nel partito repubblicano di cui presto raggiunse il vertice. Occorre dire che nacque da famiglia dell’alta borghesia, cioè, di quella borghesia ricca e prestigiosa che si è costituita in casta raccogliendo i resti di un’aristocrazia ormai costretta a fare da contorno ai veri detentori del potere.

Un alto borghese, dunque, Bruno Visentini, che ha saputo sempre compiere le scelte giuste evitando di farsi nemici pericolosi. Questo spiega l’atteggiamento benevolo tenuto costantemente nei riguardi del partito comunista e dei suoi capi. E questa sua abilità gli permise di occupare più volte la poltrona di ministro e si sedere al tavolo di presidenza dei maggiori organismi economici e finanziari del paese.

Uomo dell’oligarchia fu sempre il difesa della costituzione non rendendosi conto che proprio dalle disposizioni di questa “carta” dipendeva la caduta in un baratro da cui ancora l’Italia non è uscita.

In conclusione, non seppe utilizzare le posizioni raggiunte per giovare non soltanto a se stesso ma anche al sistema di cui era stato tra i promotori.

Stesso giudizio, forse anche più severo su Giovanni Spadolini la cui carriera si spinse sino a condurlo a rappresentare la seconda carica dello Stato. Iniziò collaborando ad alcuni periodici della Repubblica Sociale Italiana, ma il riscatto gli fu reso presto possibile da Mario Pannunzio e da Mario Missiroli che lo presero sotto la loro protezione facendolo collaborare ai giornali da loro diretti.

Storiografo di modesto valore, si dedicò allo studio dei rapporti tra la Chiesa e le potenze italiane nel corso dell’Ottocento non trascurando, però, l’impegno giornalistico tanto meno la cura delle giuste amicizie politiche.

Scelse la strada larga e sicura della liberaldemocrazia che gli permise di essere in buoni rapporti con tutti gli schieramenti. Anche con la sinistra che all’occorrenza gli si dimostrò utile. Pur dichiarandosi laico e progressista evitò sempre le punte estreme e pure questa accortezza gli facilitò il raggiungimento della cattedra universitaria. Aspirava, come ultima tappa della sua carriera politica, al palazzo del Quirinale, ma la morte prematura glielo impedì.

Ebbe due solo avversari, Craxi e Berlusconi le cui sorti politiche non sono state migliori.

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