Tornano i “Pensieri improvvisi” di Andrej Sinjavskij

Ciò che più indispone, ascoltando i politici di sinistra e leggendo certa stampa incapace di mantenersi obiettiva, è l’accanimento nel gioco sporco di stravolgere i fatti o tacere, ricorrere al silenzio per far dimenticare la verità sui settanta anni di storia del “socialismo realizzato” nel nome e secondo le teorie di Marx e di Lenin.

Le eccezioni, dovute a chi non accetta imposizioni, sono poche e anche per questo meritano di essere segnalate. Uno dei casi più recenti è dato da quello che si potrebbe chiamare il ritorno di Andrej Sinjavskij, lo studioso e critico russo che, per la sua insofferenza verso l’ideologia materialistica e il regime comunista finì per sette anni ai lavori forzati.

Contro il “reazionario” Sinjavskij non si pronuciarono soltanto i magistrati cortigiani del “tribunale del popolo”, ma anche i membri della famigerata Unione degli Scrittori Sovietici, agglomerato di parassiti che il partito foraggiava in cambio di pagine retoricamente apologetiche o di delazioni ai danni di qualcuno che dava segni di insofferenza. Anche in Italia fra i docili chierici sempre disponibili a seguire le disposizione di Botteghe Oscure non mancarono gli insulti al malcapitato che pagava nel gulag la propria aspirazione all’indipendenza intellettuale.

Poi per decenni dell’autore di “Pensieri improvvisi” – l’opera che aveva portato all’incriminazione – non si parlò più. Oggi, però, grazie all’iniziativa dell’editrice Jaca Book, si può leggere o rileggere il libro non gradito a suo tempo al Cremlino.

La speranza è che questo lavoro possa giungere a chi, giovane o anziano, intende mantenere la mente libera e sveglia. Ovviamente capiterà di non essere sempre d’accordo con lo scrittore. Ma, al di là del dissenso su idee e giudizi, ciò che conserva un valore essenziale è la tenacia nel difendere l’inviolabilità della propria coscienza di cittadino e di studioso.

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