L’Ucraina, l’Unione Europea e l’Italia

Ufficialmente a Kiev la polizia ha lasciato la piazza, ma i focolai di rivolta non sarebbero stati spenti e continuerebbero gli scontri tra i partigiani del presidente-carceriere e i militanti dei partiti di opposizione.

Del resto, non è la prima volta che il governo proclama una tregua alla quale seguono nuovi spargimenti di sangue. Fino ad oggi il regime ha dato la sensazione di non voler aggravare la situazione fino alla guerra civile e di puntare a qualche concessione per indebolire, se non dividere, gli avversari. Nei fatti, però, nulla è mutato e la rabbia è divenuta furore contro l’accanimento dispotico.

Stavolta ci sarebbe un negoziato tale da giustificare l’ottimismo. La verità è che gli emissari di Bruxelles, presenti alle trattative, hanno tutto l’interesse a far dimenticare l’indifferenza dell’Unione dinanzi ad una tragedia che ha già provocato centinaia di morti senza contare quelli fuori dalla circolazione perchè imprigionati o torturati dagli agenti del regime.

Dinanzi al nuovo “stop” gli Stati Uniti e l’Europa di Bruxelles ostentano soddisfazione e assicurano di avere in mano le sorti del paese situato in una zona, come indica il suo stesso nome, strategicamente delicata. I capi della rivolta si limitano a sperare anche se lo scetticismo è diffuso. E Putin, sempre preso dal sogno di un impero erede sia dello stalinismo che dello zarismo, non ha preso in considerazione alcun patteggiamento e conseguentemente alcuna concessione. Al contrario, non è meno determinato di ieri a realizzare il suo progetto che non sarà certo ostacolato dagli emissari della Merkel e di Hollande. Si vedrà come e quando si svolgeranno le elezioni promesse.

In questi giorni l’Italia avrebbe potuto e dovuto svolgere un ruolo significativo, marcando la differenza da quei paesi europei che vedono il continente soltanto come una centrale d’affari. Ma pure stavolta si è rinunciato ad essere presenti: alla Farnesina la passività si trasmette da un titolare al successore.

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