Obama e la tragedia del Tibet

Ci si aspettava che, dopo la conferma alla Casa Bianca, Obama avrebbe superato ogni esitazione imprimendo alla politica estera degli Stati Uniti un orientamento più chiaro e determinato.

Un’attesa rimasta insoddisfatta. Obama, contravvenendo alle sue dichiarazioni di intenti secondo le quali “la libertà e la dignità vanno difese ovunque siano negate”, prosegue in una strategia fallimentare soprattutto in quelle regioni dove la libertà e la dignità, tanto care a parole al presidente americano, sono vilipese e conculcate.

Si è visto in Egitto: qui i Fratelli Musulmani, capitanati da Mohamed Morsi, non hanno sprecato molto tempo per imporre norme che portano dritte al regime dispotico e si vede quotidianamente nel Tibet dove si assiste allo spettacolo orrendo delle immolazioni e agli arresti da parte della polizia cinese decisa a mettere in pratica le disposizioni del governo di Pechino martirizzando un popolo legato alla propria fede e geloso della propria indipendenza. In pochi giorni 94 persone si sono date fuoco con un gesto estremo di grande valore simbolico. Ma in Occidente nessun paese si pronuncia dinanzi a tali e tante sofferenze sopportate con eroico stoicismo.

Si è celebrata la “Giornata mondiale per i diritti umani”. Tante parole vane, ma non ci sono stati né espliciti richiami né proposte di iniziative concrete in favore di gente che sopporta da decenni l’occupazione straniera.

Obama, dopo aver abbandonato l’America centro-meridionale ai partiti di sinistra ed alle cosche del narco-traffico, aver favorito nel Nord Africa il prevalere dei fanatismi e in Libia delle bande sanguinarie, si perde in chiacchiere tacendo sulle colpe della Cina e nutrendo la speranza di una diarchia con il gigante asiatico nella divisione del mondo.

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