Limonov, un falso eroe dell’intellettuale d’oggi

Oggi si prediligono le persone dall’animo contorto, pronte ad ogni aberrazione purché favorisca i propri piani, a condizione che sostenga la voglia di emergere, di raggiungere la notorietà, di imporsi su coloro che vivono nel rispetto di se stessi e del prossimo senza adeguarsi al pensiero ed ai costumi in voga.

Per questo Emmanuel Carrère, tenendosi lontano dal rigore scientifico della madre, nota e stimata per le sue analisi sul comunismo moscovita, ha voluto affiancare ai romanzi da lui scritti con successo, una biografia della figura più nota degli hooligani, cioè, dei pochi che si ponevano ai margini della società sovietica tenendosi, però, lontani da ogni manifestazione di dissenso nei riguardi del regime.

L’individuo in questione è Edoardo Limonov alle cui vicissitudini Carrère dedica un lungo racconto alla Tom Wolf, ma più scurrilmente giornalistico in maniera da venire incontro alla morbosità di coloro che preferiscono la lettura di romanzetti di disimpegno intellettuale alle pagine per le quali si richiede una costante applicazione della mente.

Il sogno di un amante di ogni eccesso come Limonov – un sogno coltivato sin dall’adolescenza – era di porsi almeno un gradino sopra gli altri. A qualunque costo. Per questo girava con in tasca un coltello a serramanico, non disdegnando l’aggressione. E non esitava ad unirsi ad altri teppisti per rubare, scassinare e togliere ogni ostacolo sulla sua strada di malavitoso in erba. Si ubriacava, non rifiutava la droga e, un po ’più avanti nell’età, si univa a prostitute dalle quali non aveva scrupolo a farsi mantenere. Con una di queste stabilì un rapporto tanto stretto da giungere al matrimonio per poi insieme lasciare il paese per gli Stati Uniti. A New York, le cose non gli andranno bene e trascorrerà un periodo pieno di triboli. Tra gli altri affanni, il più pesante è l’allontanamento della moglie che, stanca di sottomettersi allo sfruttamento di Edoardo, aspira ad una migliore sistemazione. Uno spiraglio pare presentarglisi quando un editore specializzato nella pubblicazione di libri fogneschi si dimostra interessato ad un lavoro in cui il gaglioffo emigrato descrive la sua tetra e oscena giovinezza. Ma il capitolo del soggiorno americano si chiude in passivo perché svanisce la speranza, per tanto tempo coltivata, di uscire dall’ombra della precarietà economica e dell’anonimato sociale.

Così, attraversa di nuovo l’oceano per fare sosta a Parigi dove riesce a stampare alcuni libri che gli permettono di farsi conoscere e di poter accedere a quegli ambiente mondani che erano stati sempre per lui oggetto di desiderio. Tuttavia continua a sentirsi prigioniero di una mediocrità che vede come una sconfitta delle sue ambizioni. Il rientro a Mosca è soltanto una parentesi prima del coinvolgimento nei vari conflitti che riducono a pezzi la Jugoslavia. Il richiamo alla “solidarietà slava” non è tanto espressione di un sentimento quanto il tentativo di realizzare finalmente il progetto di trovare un posto che gli permetta di distinguersi dalla massa di avventurieri e di disperati fra i quali era costretto a passare il suo tempo. E con chi Limonov sceglie di unirsi in campo serbo? La risposta è facile: la banda criminale di Arkan. Un nuovo, disonorevole fallimento. Non gli resta che la via della politica. Ricalca il suolo patrio e fonda il partito nazionalbolscevico. Prima di lui e molto più seriamente, avevano dato vita ad un movimento della stessa impostazione ideologica in Germania, dopo la prima guerra mondiale, i fratelli Junger, divenuti famosi per essere stati i teorici di una delle più intellettualmente vivaci componenti di quella “rivoluzione conservatrice” che riscosse il consenso di emeriti esponenti della cultura tedesca del tempo.

Con il suo nazionalbolscevismo, Limonov portava sullo stesso palco Hitler e Stalin – al quale inneggiava in polemica con Solgenitzin – Mishima e Lenin, Knut Hamsun e Julius Evola. Su questo piano “ideale” si muoveva il partito di Edoardo che raccolse seguaci tra gli “spostati” ed i balordi dell’immensa Russia. Secondo l’autore della biografia presa in esame, Edoardo avrebbe il merito di  salvare dalla strada tanti ragazzi e ragazze. Ma non convince: Limonov – un Nietzsche per palestrari sessuomani – mai ha avuto progetti se non per se stesso ed i suoi attacchi alla democrazia ed all’Islam non producono alcun risultato perchè non sono sorretti da motivazioni serie e consistenti. Se si vuole disarmare l’islamismo e svelare l’inganno democratico, bisogna andare a fondo e non combattere il male con un altro male. Non è sufficiente, anzi, è dannoso limitarsi al rifiuto. E’ essenziale spiegare la ragione del rifiuto e proporre una percorribile e salutare via al riscatto. E la via seguita dai Limonov e dai loro estimatori rende ancora più rapida e rovinosa la caduta.

Infine, nel caso gli capitasse di leggere queste righe, Emmanuele Carrère – che ha seguito il suo beniamino fino agli anni di prigione per presunta attività terroristica – non se la prenda se pensiamo che, come i suoi colleghi della sinistra frequentatori assidui sia delle cellule che dei salotti mondano-progressistici, dove la fazione si sostituisce alla ragione, niente ha capito del fascismo e dei fascisti autentici. Purtroppo lo scrittore francese segue l’andazzo della maggioranza dei  giornalisti e letterati. Non c’è più un Evelyn Waugh che si presentava com’era: un reazionario fieramente oppositore della sua epoca e deciso a non conformarsi ai gusti correnti.

Non ci si deve sorprendere, quindi, dal momento che il giudizio viene da chi ammira Limonov-Savenko ed elogia Putin.

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